“Il Prodigio” di Emma Donoghue: storia di una bimba tra sacro e superstizione

Nell’Irlanda della seconda metà dell’Ottocento il progresso è ancora di là da venire: i contadini la sera recitano il rosario, ma poi lasciano piattini colmi di latte per le fate. Vanno a messa e pendono dalle labbra del parroco, ma poi si curano i loro malanni con bende appese a un albero miracoloso. Si muovono insomma tra sacro e superstizione, ai confini di una religiosità popolare che sconfina nel magico. 

Una sorte cui non sfugge la bambina protagonista dell’ultimo romanzo di Emma Donoghue, Il prodigio (Neri Pozza, pp.300, euro 17), già autrice del libro da cui è stato tratto il film Room. Pagine avvincenti e ben costruite, grazie alla trama che scorre attorno al destino di Anna O’Donnel, la bambina del digiuno. La ragazzina, dal compimento del suo undicesimo anno d’età, si rifiuta di assumere cibo ma sopravvive ugualmente, attirando nella sua misera casa nelle Irish Midlands curiosi e devoti pellegrini. Gli abitanti della Contea in cui risiede, ed anche i suoi genitori, tutti coinvolti da una visione del sacro che impone loro di toccare con mano il “meraviglioso” cristiano, non vedono l’ora di venerarla come santa, incuranti del suo deperimento.

Per sorvegliarla e controllare che davvero la ragazzina non assuma cibo di nascosto viene assoldata dai maggiorenti del villaggio un’infermiera inglese, Elisabeth Wright, incarnazione del più rigido razionalismo scientifico, la quale considera il “prodigio” frutto di imbroglio e fanatismo. 

Tutto il libro si snoda attraverso il dialogo tra due creature distanti per cultura e mentalità: la piccola Anna che esprime una religiosità pura e delicata, con i suoi santini colorati e le sue preghiere infantili, e l’infermiera che ne scruta ogni mossa, valutando come imperdonabile arretratezza la fede sincera che Anna manifesta quando si dice convinta di essere nutrita dalla manna celeste.

Due figure opposte ma destinate a ritrovarsi nell’apprezzare i sentimenti umani dell’amicizia, della devozione, della cura dell’altro. Grazie ai dialoghi tra le due, la bambina e l’infermiera perdono pagina dopo pagina schematismi e rigidità, fino a diventare complici, unite dall’amore per la vita; i loro incontri e le loro passeggiate le indurranno alla fine a caratterizzarsi nella loro umanità: la bambina prodigio con i suoi terrori e i suoi dubbi che hanno bisogno di risposte adulte e consapevoli; la signora Wright con il suo ritrovato desiderio di maternità. 

Storico lo scenario del romanzo, che trae ispirazione dalle cosiddette “digiunanti” (se ne contano una cinquantina tra Europa e Nord America), bambine e donne di diverse età che sembravano in grado di vivere senza mangiare per lunghi periodi e che troppo spesso venivano frettolosamente liquidate come isteriche da nutrire a forza in un manicomio o in ospedale.