Il Po è ancora pieno di pesticidi: ma non erano vietati da decenni?

Pesticidi ancora presenti nelle acque superficiali e sotterranee italiane, pur essendone proibito l’utilizzo da decenni. La terbutilazina, che è attualmente il principale contaminante del bacino del Po, nel 2014 è risultata essere presente nel 42,9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 5,4% di quelli delle acque sotterranee. Analoga diffusione si ha per il metabolita desetil-terbutilazina.

L’atrazina, bandita da 25 anni, è ancora rilevata, anche se in basse concentrazioni, nei fiumi e nelle acque sotterranee: ci vogliono otto anni affinché la concentrazione della sostanza nel fiume Po si dimezzi. Nelle acque sotterranee del bacino, invece, l’atrazina rimane stabile e a livelli circa quattro volte più alti rispetto ai corsi d’acqua. Il motivo? Nelle acque sotterranee vengono a mancare quasi del tutto i meccanismi di degradazione e la concentrazione evolve con i tempi di ricambio estremamente lenti delle falde.

Ma non solo: nelle acque sono presenti miscele di sostanze diverse. A rilevarlo è l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che dopo un lungo monitoraggio, iniziato nel 2003, pubblica il report ”Sostenibilità ambientale dell’uso dei pesticidi – il Bacino del Po”. Per oltre 10 anni, gli esperti dell’Istituto hanno studiato l’evoluzione della contaminazione da pesticidi nel bacino del fiume Po, il più importante d’Italia per dimensione e per concentrazione delle attività umane. E’ stata analizzata la presenza nel fiume e nelle acque sotterranee di alcuni erbicidi non più usati da anni (atrazina, simazina, alaclor) dimostrando che le sostanze possono persistere nell’ambiente più di quanto stimato in fase di autorizzazione.

Le conclusioni ottenute per l’atrazina sono indicative di quello che può essere il destino ambientale di altri pesticidi: in particolare, per sostanze della stessa famiglia, come la terbutilazina, che è attualmente il principale contaminante del bacino del Po. Per l’Ispra, la sostenibilità dell’uso dei pesticidi, pertanto, non può basarsi semplicemente sul rispetto di determinati limiti di legge, ma deve considerare la capacità degli ecosistemi di rispondere ai fattori di stress antropici e di ripristinare le condizioni precedenti, o almeno condizioni ecologicamente sostenibili (resilienza).