Il Carnevale non è più magico? Perché non sappiamo scegliere le maschere

“Carnevale in filastrocca, con la maschera sulla bocca, con la maschera sugli occhi, con le toppe sui ginocchi”, scriveva Gianni Rodari. Il carnevale, negli anni Settanta, si festeggiava con poco. Ricordo che all’istituto Sant’Antonio di Fabriano, alle scuole elementari, il martedì grasso le suore consentivano che ci si mascherasse. Le varianti non erano molte, nonostante l’attesa dei giorni prima: Arlecchino (nessuno sapeva perché il vestito fosse pezzato di mille colori), Pulcinella (si diceva che facesse il fornaio, ma sembrava un fantasma), Peter Pan (un bambino mai nato?) o la Colombina (era la moglie di Arlecchino o una servetta?). Vidi l’ultimo Balanzone, la maschera originaria di Bologna che incarnava la superbia. La indossava un ragazzino della quinta classe di origini emiliane. Non si è mai capito se Balanzone fosse un medico, un avvocato o un magistrato. Parlava un linguaggio dotto, con frasi in latino, aveva in mano una sorta di breviario. Spesso se ne usciva con espressioni dialettali. Sfoggiava un mantello e un cappello neri che sembravano quelli dei pirati salgariani.

Il corridoio della scuola, al pian terreno, si riempiva di coriandoli e stelle filanti. Le ragazzine stavano in un angolo, alcune preferivano l’abito di tutti i giorni, perché si vergognavano di mostrarsi con un’altra veste. La maglietta era di lana, color avana, girocollo, e i pantaloni di velluto a coste larghe. C’era un giradischi che veniva posizionato in un baldacchino. Emetteva una musica leggera, soffusa, perché non si disturbassero gli studenti del piano di sopra, quelli delle magistrali. Forse si trattava di un valzer, con un movimento che andava dall’allegro al moderato. All’ora di ricreazione si mangiava, ma non il panino con il prosciutto o il formaggino. Qualcuno portava le castagnole e le suore ci avevano pregato che non fossero ricoperte di miele, altrimenti ci saremmo sporcati. Se le mamme avevano trasgredito si chiudeva un occhio. Una bambina, sapiente e sicura di sé, diceva di aver aiutato la nonna a friggere le castagnole. Indicava gli ingredienti: uova, zucchero, olio, lievito, mistrà, ma i modi di cuocerle erano spesso dissimili. Non poteva mancare la cicerchiata, il dolce composto da tante palline fritte mescolate con il miele, le mandorle tritate e abbrustolite, i pinoli e le noccioline.

Quindi le frappe, sottili, modellate prima della frittura a nastrini, a fiocchi o a strisce. Di solito venivano cosparse di zucchero e alchermes, il liquore del colore del sangue. Le suore parlavano a braccia conserte, in piedi, e battevano le mani se qualcuno si accapigliava durante le partite di biliardino che costavano dieci lire ciascuna. Origliavamo dei loro programmi didattici e dei racconti della loro infanzia. Molte venivano dal Lazio e dalla Campania, dove il rito del carnevale era molto sentito e per la festa si usavano i carri allegorici, le tarantelle e le fisarmoniche. Durante le ore di lezione suor Melania ci parlava del famoso carnevale di Venezia. Si costruivano i palchi in Piazza San Marco e la gente accorreva per ammirare i giocolieri, i saltimbanchi, gli animali e gli acrobati. I venditori ambulanti vendevano frutta secca, castagne, fritòle (le frittelle) e dolci di ogni tipo. Gli artigiani fabbricavano le maschere con la cartapesta e lo stucco applicato sui volti dipinti nel legno. Oggi quei carnevali sono finiti nel dimenticatoio. Le maschere in voga sono quelle di Berlusconi, Renzi, Putin, Trump, Messi, Ronaldo. Non vengono dalla storia e dalla tradizione, ma nascono dalla cronaca, spezzando quel filo di magia che rendeva misteriosa la provenienza di personaggi che vivevano un solo giorno all’anno.