Expo, 16 milioni di euro appaltati senza gara sotto il naso dei magistrati

Assegnare milioni di euro di appalti senza fare uno straccio di gara e, perdipiù, sotto al naso della magistratura, è un capolavoro non da poco. Ed è quello che è  accaduto – veramente – a Expo i cui fondi, per informatizzare il Tribunale di Milano, sono finiti perlopiù senza gara e con affidamento diretto, nelle casse di varie, fortunatissime, società fra cui un’azienda bolognese legata a Finmeccanica e altre società del Gruppo.
La storia è vecchia ma, finora, non aveva avuto seguito giudiziario. Senonché, batti e ribatti, articolo dopo articolo, quei 16 milioni di euro affidati, in molti casi senza gara a un gruppo ristretto di aziende per informatizzare il Tribunale di Milano, sono diventati un caso che non poteva essere messo sotto al tappeto come si fa con la laniccia del cane.

E così oggi i finanzieri del Nucleo anticorruzione delle Fiamme Gialle, delegati dall’Autorità nazionale anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, si sono presentati al Comune di Milano e hanno chiesto di acquisire tutti gli atti e le informazioni sulle gare d’appalto relative a 16 milioni di euro di fondi Expo stanziati e spesi per servizi telematici e infrastutture informatiche per il Tribunale di Milano.

L’Anac ha deciso di muoversi dopo le segnalazioni arrivate dalla Corte d’Appello e dalla Procura generale di Milano rimaste escluse, a un certo punto, da quella grassa torta di finanziamenti. Già perché questa storia, di cui si parla da tempo, sta mettendo in imbarazzo non solo il sindaco Sala, il cui ruolo di ex-commissario Expo lo espone – e parecchio – alla questione, ma anche e soprattutto i magistrati che in questa vicenda c’entrano tre volte. Perché alcuni uffici giudiziari hanno beneficiato di questi fondi. E altri sono rimasti con un palmo di naso. E perché gli appalti senza gara sono stati fatti proprio per lavori al Tribunale di Milano. Insomma, gliel’hanno fatta sotto al naso. E, infine, perché della vicenda degli appalti si sono occupati in prima persona proprio due magistrati, l’ex-presidente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro e il gip Claudio Castelli responsabile dell’Ufficio Innovazione” del Palazzo. Che assicura che è stato fatto tutto correttamente. La questione è poi finita anche in lite in una infuocata assemblea dei magistrati. Insomma ce ne è abbastanza perché la Finanza ficchi il naso nella vicenda.

I 16 milioni di euro sono, sostanzialmente, fondi governativi gestiti dalla stazione appaltante, che era, appunto, il Comune di Milano, e che, nella logica euforica dell’Expo, sarebbero dovuti servire a rifare il trucco al Tribunale di Milano proprio in vista dell’Esposizione Universale.
Il Comune di Milano, dunque, aveva affidato i lavori per migliorare e semplificare alcuni servizi della giustizia nel Tribunale di Milano, in base ad un protocollo d’intesa, il cosiddetto “Tavolo Giustizia” per Milano, firmato nel dicembre del 2009 e al quale parteciparono, giustamente, gli emissari della Pomodoro e di Castelli.

I servizi che avrebbero beneficiato di quei fondi riguardavano, fra l’altro, il cosiddetto PCT, il Processo Civile Telematico e alcune infrastrutture informatiche. Progetti che, in parte, sarebbero poi stati affidati, come ha rilevato anche il Garante della Concorrenza e del Mercato dopo le denunce piovute da più parti, senza gara e, quindi, con affidamento diretto, ad un’azienda di Bologna, la Net Service srl. Che nel 2004 entra nel Gruppo Datamat e nel 2006 entra a far parte di Finmeccanica. Salvo poi uscirne poco dopo. E che fattura e incassa prima 1,2 milioni di euro per il processo telematico e, poi, altri 632 mila euro per il progetto definito il “cruscotto del Presidente”, un applicativo che, spiegano pomposamente ma altrettanto fumosamente, «consente al capo dell’Ufficio di esercitare un monitoraggio costante e proattivo dei singoli fenomeni d’interesse».

Ma c’è di più. Parte di quei progetti dai nomi altisonanti ma dai costi esorbitanti sono, in parte, rimasti solo “sulla carta”. Come le decine di monitor collocati, anni fa, davanti alle aule del Tribunale e che avrebbero dovuto informare gli utenti sui procedimenti in corso. Monitor che sono tuttora mestamente spenti. Proprio a Sala, che si era recato in Tribunale per l’udienza del processo Maroni, fu chiesto qualche giorno fa di quei monitor finanziati con i soldi di Expo. «Ne ho già abbastanza, rischio di diventare un habitué qua dentro – è stata la risposta dell‘ex-commissario Expo ed ora sindaco di Milano per il Centrosinistra – Ah sì, ora ricordo, era l’appalto fatto dalla Pomodoro…».

A sollevare la questione di questi appalti affidati senza gara, proprio sotto al naso dei magistrati, ad alcune fortunate società invocando la cosiddetta «continuità tecnologica» e driblando, così, la severa normativa sugli appalti pure se questi appalti avevano importi superiori alla “soglia d’allarme” dei 40.000 euro , era stata la Assogestionali che raggruppa l’Associazione italiana sviluppatori e consulenti gestionali che raggruppa aziende che si occupano, appunto, di sistemi gestionali come quelli necessari all’informatizzazione del Tribunale di Milano.

Tagliata fuori da qualsiasi possibilità di gareggiare per l’appalto che aveva, invece, favorito la società bolognese, l’Associazione si era rivolta all’Autorità  Garante della Concorrenza e del Mercato: «Ci siamo resi conto – spiegò l’avvocato Carlo Piana, autore dell’esposto, al blog “Giustiziami” del cronista Frank Cimini – che Net Service la fa da padrona in tutti i Tribunali italiani e volevamo capirne le ragioni. Abbiamo anche chiesto, invano, al Comune di Milano i documenti sugli affidamenti diretti per i fondi Expo, poi trovati su Giustiziami. Che ci fossero questi soldi a disposizione era di dominio pubblico nell’ambiente, ma, come sempre per quanto riguarda il Pct, non c’è stata la possibilità di competere ad armi pari e sono andati a Net Service attraverso affidamenti diretti. E sempre richiamandosi alla norma del codice degli appalti per cui anche oltre i 40mila euro si può evitare la gara se viene individuato un solo operatore economico con le conoscenze tecniche richieste per aggiudicarsi il contratto».

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato non è stata tenera con i responsabili del pasticcio. Nel provvedimento, che prende in carico la vicenda,  l’Autorità sottolinea che la «strategia di Net Service impedisce l’accesso di altri produttori di software applicativi per il Pct sul mercato italiano»,  aprendo un procedimento che dovrà concludersi fra tre mesi e mezzo, il 17 maggio 2017.

«Gli elementi finora acquisiti – scrive l’Agcm nel suo provvedimento – sembrano palesare delle condotte di Net Service ostruzionistiche e discriminatorie che potrebbero ostacolare lo sviluppo di offerte competitive nel mercato a valle della produzione, distribuzione e vendita di software applicativi destinati agli operatori di giustizia nell’ambito del Pct. Tali comportamenti posti in essere da Net Service appaiono integrare un abuso della posizione dominante detenuta sul mercato a monte dei sistemi informatici di base per il Pct in violazione dell’articolo 102 del Tfue».

Obiettivo dell’Anac, ora, è ricostruire, in maniera puntuale, l’iter degli affidamenti degli appalti e l’impiego dei 16 milioni di fondi. Spetterà alla guardia di Finanza, che sta acquisendo gli atti, redigere, poi, un’informativa per l’Anac, la quale, poi, a sua volta, procederà con gli accertamenti amministrativi. E nel  caso emergessero profili penali l’Anac non potrà che segnalarli all’autorità giudiziaria. Con grande imbarazzo di chi, al Tribunale, non si è accorto che quegli affidamenti diretti stavano violando la legge. Proprio sotto al naso dei magistrati.