De Niro è ossessionato da Trump: “E’ un tiranno”. Ma the Donald pensa alla figlia

L’obiettivo è sempre lo stesso. Colpito con una certa monotonia. Robert De Niro è tornato a criticare il presidente degli Stati Uniti Uniti, Donald Trump. Dopo averlo già apostrofato come un “cane” e “un maiale” l’attore (eccezionale suo set ma scarso come notista politica) accusa il presidente degli Usa di essere “un vero e proprio tiranno”. L’attacco è contenuto in un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco Bild nella quale De Niro  sottolinea che la denuncia è un suo “dovere di cittadino”.

De Niro ha il pallino di Trump

Un vera ossessione quella del divo di Hollywood. Toro scatenato all’epoca del suo primo attacco ad alzo zero contro Trump  fu messo ko da Clint Eastwood, il cowboy controcorrente da sempre a favore dell’avversario di Hillary Clinton. Ne nacque un duello a distanza fra i due straordinari attori che fece il giro del mondo. De Niro non si è fatto mancare niente nella sua crociata contro “il male” guidando  insieme a Michael Moore, Mark Ruffalo, Cher e altre star la protesta anti-Trump, che il 19 gennaio scorso, alla vigilia del giuramento del presidente degli Stati Uniti, aveva portato di fronte alla Trump Tower di  Manhattan circa 25mila persone.

Il presidente Usa: sono orgoglioso di mia figlia

A distanza Trump torna a scagliarsi contro i continui attacchi  mediatici che non hanno risparmiato nemmeno la figlia prediletta, Ivanka. “Sono così orgoglioso di mia figlia. Lei viene maltrattata e insultata dai media ma ne esce a testa alta. E’ davvero meravigliosa!” – ha scritto su Twitter. Nei giorni scorsi i media avevano riportato la notizia (tutta da verificare) che la catena Nordstrom avrebbe interrotto la commercializzazione dei prodotti del marchio di Ivanka Trump, dopo ave registrato un forte calo nelle vendite. Il presidente Usa non era rimasto a guardare e utilizzando l’account twitter ufficiale della Casa Bianca (e provocando per questo altre polemiche) aveva scatenato un attacco alla catena di negozi sostenendo che dietro la decisione c’erano “motivazioni politiche”.