Cinema in lutto: è morto Pasquale Squitieri, l’anarcofascista

Alla fine si è arreso alla malattia. Al dolore. Alla morte: si è spento questa mattina a Roma, all’Ospedale Villa San Pietro, circordnato dai suoi affetti familiari, il regista Pasquale Squitieri. A dare notizia del decesso il fratello Nicola, la seconda moglie Ottavia Fusco, la figlia Claudia. Aveva 78 anni: la maggior parte dei quali passati a muoversi “contro”. 

Addio a Pasquale Squitieri, un uomo contro

Controccorente. Contro gli stereotipi. Contro la corruzione e il malcostume. Contro l’inciucio e, soprattutto, sempre contro la banalità e la superficialità imperanti in questo anni per lui troppo vuoti e edonistici persino per essere raccontati dalla macchina da presa. Un uomo rigorosamente contro, Pasquale Squitieri, che della lotta al conformismo più bieco e sterile ha sempre fatto una regola di vita da applicare sul set e fuori dal set, nel privato come nell’impegno civico dimostrato sublimato nei suoi film, sviscerato nelle sue apparizioni (e esternazioni) pubbliche. Un uomo, insomma, che difficilmente avrebbe potuto non lasciare un segno in chi lo ha conosciuto, in chi con lui ha lavorato, in chi con lui ha condiviso anche il semplice spazio di una conversazione. Un uomo a cui hanno sempre invidiato l’amore e la lunga relazione con Claudia Cardinale, sua compagna di vita negli Anni Settanta e partner di tanti successi cinematografici. Un personaggio pubblico a cui in molti non hanno perdonato la sua scelta di campo a destra – esplicitata con l’elezione al Senato nel 1994 nelle liste di Alleanza Nazionale – e coronato sul grande schermo grazie a Claretta, il film ispirato e dedicato all’amante del Duce, da lui stesso definita «una donna innamorata del mito, morta per coerenza». Un regista che ammiccava al nazional popolare dall’alto del suo essere – come lui stesso si era definito – un «anarcofascista».

Un regista scomodo e sempre disorganico

Regista scomodo e rigorosamente disorganico, anti-politically correct già in epoca non sospetta, era nato a Napoli il 27 novembre del 1938 e aveva cominciato a farsi strada nel mondo della settima arte già sul finire degli anni Sessanta: e quando nel Belpaese ancora si era ebbri dei postumi del boom economico e ancora si ancheggiava con il twist – e mentre ci si preparava, prima, e si affrontavano poi, allo scolgimento e agli esiti della guerra civile che avrebbe imperversato negli anni di piombo – Squitieri sfidava stereotipi cinefili e luoghi comuni del sociale dirigendo pellicole del calibro di Django sfida Sartana (firmandosi William Redford), Camorra, Il prefetto di ferro e Corleone, solo per citare alcuni dei suoi più rinomati successi di pubblico e di critica. E allora, dalla mafia alla droga, dal terrorismo alle cosidette “morti bianche”, fino all’immigrazione, è su questi temi – controversi e difficili, di sicuro assai poco seducenti dal punto di vista spettacolare – che il regista ha sfidato comune sentire e convinzioni ataviche, e sempre con quel suo approccio artigianale al cinema e all’immaginario collettivo che il grande schermo evoca e omaggia. Poliedrico, mai banale, il suo sguardo cinematografico ha strizzato l’occhio all’epopea degli spaghetti western come al kolossal storico, senza dimenticare i temi da sempre cari al sociale. Non solo: Squitieri è stato molto spesso anche sceneggiatore dei propri film, che scriveva e dirigeva, molti dei quali interpretati dalla prima moglie Claudia Cardinale – (nel 2013 aveva sposato l’attrice Ottavia Fusco) – con uno stile registico duro e diretto, che ha sempre rispecchiato il suo carattere ruvido di uomo amante della provocazione e di un certo estremismo retorico. Anche per questo, allora, la fama di Squitieri è dovuta soprattutto ai suoi film storico-politici, l’ultimo dei quali, Li chiamarono… briganti!, datato 1999 e incentrato sul brigantaggio postunitario, e che il regista sapeva, già in fase di sceneggatura, destinato a sollevare non poche reazioni. Ma lui era tosto, un duro. Anzi, come ricordato in queste ore anche dallo scrittore, giornalista e storico Giordano Bruno Guerri – che da Squitieri è stato diretto in Stupor Mundi, un lungometraggio del 1998, tratto dal poema drammatico Ager sanguinis di Aurelio Pes – «era durissimo, sul set come nella vita»…