Caro Salvini, le primarie senza Berlusconi sono come i conti senza l’oste

Da sempre le primarie sono il Rubicone del centrodestra. Con l’annuncio di volerle tenere i prossimi 8 e 9 aprile, Matteo Salvini ha superato il confine oltre il quale nulla è più come prima. Il dado è tratto, dunque, e chi ci sta ci sta, con tanti saluti al riluttante Silvio Berlusconi, da sempre allergico a gazebate e ad altri ludi cartacei pretendessero di trascinarlo nella mischia dei contendenti. Salvini è stato audace. Ma in tutta intimità possiamo dirci che le primarie del centrodestra senza Berlusconi sono un po’ come il tressette col morto o, se si preferisce, il conto senza l’oste. Non c’entrano i rapporti di forze né considerazioni di merito, ma solo l’impianto della futura legge elettorale: se sarà ispirato a una logica proporzionale, ogni partito andrà per sé e le primarie risulteranno del tutto inutili; se invece conserverà un barlume di maggioritario con annesso premio alla coalizione vincente, allora avrà senso discutere sul se e come selezionare la guida dell’alleanza. Ma tutto lascia pensare che difficilmente il Parlamento riuscirà a licenziare un nuovo testo prima delle primarie leghiste. L’iniziativa di Salvini, dunque, pecca quantomeno di intempestività. Posta oggi, infatti, ha tutta l’aria di voler consumare uno strappo, di una fuga in avanti, di una ricerca ostinata del fatto compiuto con l’obiettivo di piegare Berlusconi e smuoverlo dalle sue convinzioni e dalle sue convenienze. Pura illusione. Ma diamo pure per scontato che le primarie si tengano e che le vinca Salvini. Che cosa succederebbe il giorno dopo? Sarebbe realmente percepito dagli elettori di centrodestra come il nuovo leader della coalizione in grado di sbarrare il passo all’inciucio post-elettorale tra Renzi e il Cavaliere? Difficile. Più facile che il giorno dopo Salvini si ritrovi in mano il classico pugno di mosche, un po’ come capitò nell’immediato dopoguerra a Giancarlo Pajetta quando si sentì rispondere da Palmiro Togliatti, cui aveva entusiasticamente comunicato di aver appena occupato la prefettura di Milano: «Bravo, e adesso che te ne fai?». Morale: in politica quel che appare giusto spesso non è utile e viceversa. Come negli spartiti della musica, anche in quelli della politica il tempo è tutto. E se un leader fa la cosa giusta nel momento sbagliato, finisce per fare una cosa sbagliata. Proprio come Salvini con le sue primarie.