Battista e Lodoli: i padri fascisti? Soprattutto, ci hanno trasmesso un’etica

Pubblico delle grandi occasioni, saluti e strette di mano. Alla Sala De Marsanich, che ospita la mostra sui 70 anni del Msi (che sarà prolungata fino a fine mese) c’è curiosità per gli interventi di Pierluigi Battista e Marco Lodoli. “Uno scrive per il Corriere, l’altro per Repubblica, hanno fatto percorsi diversi dai padri”, li introduce Marcello Veneziani. Ma il conflitto era indispensabile?

Quando papà mi strappò la biografia di Malcolm X

“Io più che sentirmi di sinistra mi sentivo un artista – spiega Marco Lodoli, figlio di Renzo Lodoli, volontario nella guerra di Spagna e scrittore mai apprezzato a pieno – solo che andavo a scuola al San Leone Magno, dove i fascisti che c’erano si chiamavano Izzo e Ghira, insomma gente impossibile…“. Con il padre, persona di profonda cultura, gesti conflittuali non ci furono mai, “tranne quella volta che mi strappò la biografia di Malcolm X che avevo appena comprato”. Ma l’amore per i libri li accomunava: “Ho letto scrittori come Drieu La Rochelle, Céline e Brasillach – racconta ancora Marco Lodoli – che all’epoca nessuno leggeva e che sono molto cari alla destra”. E ancora, quando Renzo Lodoli seppe che il figlio Marco scriveva poesie, gli diede 500mila lire per pubblicarle con l’editore Trevi. “E poi quando pubblicai il mio primo romanzo, Diario di un millennio che fugge, fece lui stesso la recensione sul Secolo d’Italia“. 

Padri speciali

E va avanti così il ricordo di quei padri speciali in una giornata speciale, il Giorno del Ricordo appunto, cui Franco Mugnai, presidente della Fondazione An, dedica il suo intervento di apertura: “Il ricordo è il filo conduttore di questa serata, con queste testimonianze vogliamo cercare di capire le pulsioni che hanno portato le generazioni a dividersi”. 

Altro padre speciale fu Vittorio Battista, cui il figlio Pierluigi ha dedicato il libro che ha ispirato il titolo del convegno, Mio padre era fascista (Mondadori). Tra i due, tra padre e figlio, lo scontro arrivò sulla strage di Primavalle. “Io avevo creduto – dice Pierluigi Battista – alla versione più repellente di quella vicenda, cioè che fosse una faida interna. Mio padre, che era uno dei legali della famiglia Mattei, una sera mi fece vedere le carte dalle quali emergevano le vere responsabilità. Mi disse: “Coglione, leggi qua”. E io lessi. E vidi che il mondo nel quale mi ero accasato non aveva avuto un soprassalto di orrore per quello che avevano fatto a un netturbino, alla sua famiglia, ai suoi sei figli, ad un bambino. Quell’omertà disgustosa che li avvolgeva tracciò da quel momento, tra me e loro, un fossato incolmabile”. Poi Battista racconta del diario ritrovato del padre, dove il figlio lessee l’umiliazione subìta dai combattenti giovanissimi della Rsi, la gogna, gli insulti. “Donne che negavano l’acqua a mio padre che non beveva da due giorni e che aveva l’età dei loro stessi figli”. E infine Fiuggi, il funerale del Msi, l’uscita dalla casa del padre: “Io ero a Fiuggi come corrispondente del mio giornale e quella notte fu tremenda, febbre, dolore. Alla fine per cosa ci eravamo scannati?”.

L’eredità lasciata ai figli 

Di generazioni che si sono divise aveva parlato Franco Mugnai aprendo il convegno. Ma c’erano poi divisioni così forti? Sul piano dell’ideologia sì. Ma poi sono emerse le assonanze, nel corso del tempo. Affinità più importanti dell’appartenenza politica. Dice Lodoli: “Mio padre non volle più scrivere sulla rivista L’Orologio, perché aveva preso una posizione filo-araba sulla guerra dei sei giorni, nel 1967. Con quella sua posizione mi ritrovai, io che avevo un compagno di banco ebreo”. Dice Battista: “Mio padre mi ha insegnato alcuni valori che fanno parte del mio modo di essere, che il ‘guai ai vinti’ è una porcheria, che la sindrome di piazzale Loreto è disgustosa, che l’umiliazione degli sconfitti è detestabile”. Dice ancora Lodoli: “Mio padre mi diede da leggere il Tao Te Ching, un libro che esaltava in qualche modo l’immobilità dell’essere, non c’è bisogno di strafare e di straparlare. La compostezza di una presenza. Una cosa molto di destra. Questo era anche il suo modo di educare i figli: essere una presenza cristallina, come un sole che effonde i suoi raggi. Come una pietra ferma in uno stagno. Vorrei essere un padre come lui”. Dice ancora Battista: “Mio padre detestava gli attendisti e gli imboscati. E’ un insegnamento che io sento molto forte. Così come sento molto forte l’idea di comprendere le ragioni dei vinti, senza pretese di superiorità morale”.

Parole che racchiudono un’eredità che è tutta morale, prima ancora che ideologica e politica. Un lascito prezioso in tempi in cui sugli adolescenti grava una sorta di “torpore non detto”, di “rattrappimento psichico” (espressioni usate da Marco Lodoli, che insegna da decenni nelle borgate romane). Ricordare i padri, allora, i veri padri, è come una boccata d’ossigeno. Ma senza mai perdere la speranza nel futuro.