Antonella Russo: morire a 23 anni per difendere la madre da un violento

L’Italia è una nazione dalla memoria corta: chi ricorda che appena dieci anni fa una giovane su ferocemente assassinata per aver voluto difendere la mamma? Pochi, oltre ai parenti e agli amici più cari. Ma questa ragazza, dalla vita così difficile, fu un’autentica eroina dei nostri tempi violenti, e per questo ne vogliamo riraccontare la drammatica storia. Era nata a Solofra, paesino nell’Irpinia, nel 1984 e, se fosse vissuta, sarebbe ancora giovane e, forse avrebbe dei figli. Era la seconda di due figlie di Francesco e Lucia De Stefano. Era una famiglia molto unita, tradizionale, e quando il padre morì prematuramente per un infarto, Antonella aveva solo 14 anni. La madre dovete tirare su le due figlie da sola: Antonella si diploma con ottimi voti in discipline turistiche e si iscrive alla facoltà di Lingue e Letterature straniere all’università di Salerno, a Fisciano. Il rapporto con la mamma e la sorella rimane strettissimo, e spesso Antonella chiede alla mamma di assistere ai suoi esami universitari, tutti superati con ottimi voti. Fu uccisa a febbraio, e a marzo avrebbe dovuto discutere la tesi di laurea sul turismo in Normandia. La tesi era su Mont saint Michel. La vita della famiglia scorreva bene, insomma, la mamma lavorava in una conceria, la sorella maggiore Milena era insegnante e lei si stava per laureare, svolgendo anche lavori saltuari. Senonché il diavolo ci mise la mano: dopo molti anni di vedovanza la mamma conobbe un uomo di 50 anni, Antonio Carbonara, originario di Nusco, sempre nell’Avellinese, anche lui vedovo e con tre figli. Sembrava un uomo mite, gentile, e Antonella fu contenta inizialmente che la mamma trovasse la compagnia di un uomo perbene. Ma così non era: col passare del tempo Carbonara, che intanto era andato a convivere con loro, si rivelò una persona gelosa, violenta, aggressiva.

Antonella Russo si stava per laureare

Dieci anni fa non era ancora esploso il fenomeno del femminicidio, del reato di genere, e Antonella fu purtroppo una antesignano di questo crimine odioso, e probabilmente fu la sua vicenda che risvegliò le coscienze e l’attenzione su questo fenomeno. Le cose andarono così: Antonella aveva visto i maltrattamenti a cui era sottoposta la madre, le violenze, e più volte, insieme con la sorella, aveva preso l’uomo di petto e lo aveva anche denunciato, ma non era servito a nulla. Lo avevano anche cacciato di casa e cambiato la serratura della porta. La mamma a un certo punto aveva preso la determinazione di troncare questo malsano rapporto, e fu questa la mola che fece scattare la follia nella mente di Carbonara, che aveva giurato di vendicarsi. L’uomo infatti, come si è visto anche in centinaia di successivi episodi di cronaca, non si rassegnò alla fine del rapporto, e si mise a pedinare la donna. Per questo Antonella quando poteva accompagnava la madre al lavoro alla conceria in contrada Sant’Agata e la andava a prendere. Così accadde anche quella mattina del 20 febbraio 2007: l’uomo seguì l’auto di Antonella, la affiancò e le sparò contro ben sei colpi di pistola calibro 7,65. Quattro raggiunsero la giovane, che morì subito. Carbonara lasciò la giovane morente lì e si diede alla fuga. Furono due colleghi della madre che videro il corpo e dettero l’allarme. I carabinieri riescono a rintracciare Carbonara poche ore dopo, lo arrestano. L’uomo, messo alle strette, confessa. Verrà poi condannato in via definitiva a trent’anni di reclusione. Antonella riceverà successivamente dal presidente Giorgio Napolitano una medaglia d’oro al valor civile alla memoria, l’università salernitana di Fisciano nel 2015 le darà quella laurea che Antonella stava per conseguire, a lei saranno intitolate strutture e comitati. Ai suoi funerali a Solofra c’era tutto il paese in lacrime. Ma rimane una vita spezzata troppo presto in maniera brutale, dei sogni non realizzati, degli anni da vivere serenamente. Certo, ora è tardi. Ma non si sarebbe potuto aiutare queste donne prima? Per questo abbiamo voluto ricordare Antonella, perché situazioni di questo genere siano oggi troncate sul nascere e perché non ci si ricordi di loro solo quando la situazione diventa irreparabile. Non sempre è l’assassino che uccide, ma anche l’indifferenza, la sottovalutazione, il silenzio nostro: perché Antonella aveva gridato, solo che non era stata ascoltata.