Uno Bianca, ora Alberto Savi vuole “riparlare”. Per dire cosa?

Dopo aver goduto del primo permesso premio dopo oltre vent’anni di carcere per i delitti della Uno Bianca, Alberto Savi, il più piccolo dei fratelli-killer, fa sapere, tramite il suo legale, Annamaria Marin, «che se interpellato dalla Procura non si tirerebbe indietro» per far luce sulle ombre che graverebbero ancora sulle azioni della banda.

La Procura risponde ad Alberto Savi

Lapidaria la replica della Procura: «Il nostro indirizzo è pubblico». Sfortuna vuole, infatti, che il “leader” della Procura di Bologna oggi sia ancora il pm che portò alla sbarra e fece condannare Savi e complici in via definitiva e, quindi, se Walter Giovannini, il quale compì un lavoro egregio allora, avesse ritenuto che ci fosse qualcos’altro da chiarire, avrebbe proseguito l’inchiesta. Se non lo fece, evidentemente, di collegamenti con la criminalità organizzata e il terrorismo (ovviamente “nero”) non si trovò alcun riscontro, con buona pace di chi, allora e ancor oggi, vorrebbe strumentalizzare anche questa pagina criminale del Paese.

La “disponibilità” si trasforma in un’autorete

Peraltro, la “disponibilità a parlare” di Alberto, espressa in questi termini e dopo il primo permesso, appare un’autorete: se veramente è a conoscenza di particolari importanti e rimasti nascosti, perché aspettare che qualcuno lo interroghi, se veramente vuole dimostrare di essere cambiato, di essersi pentito, di essersi ravveduto? Dica subito tutto quello che sa, senza reticenze e senza trattative. Altrimenti, quella di Alberto rischierebbe di apparire una candidatura a svolgere la funzione di juke-box: qualcuno mette la moneta e parte la canzone preferita…