Trump, il Dow Jones, il muro e le cantonate di Severgnini, l’accidioso

Indifferenti agli alti lamenti delle scorate prefiche di Hillary e di Barack (in Italia è lo stonato concerto guidato da Severnigni, l’accidioso) i mercati festeggiano Donald, il vincitore. A Wall Street tutti i principali indici hanno toccato nuovi massimi storici: Dow Jones a quota 20.068,51 (+0,78%), superando la soglia di 20 mila; al top anche S&P 500 (+0,8% a 2.298,37) e Nasdaq (0,99% a 5.656,34). Insomma un record che ha un solo precedente: J.F.K negli anni Sessanta.

“Stranamente” la stampa italiana snobba e non registra. Meglio non raccontare ai pochi lettori rimasti  come l’effetto Trump stia riscaldando gli investitori negli States (e anche le borse europee) ed entusiasmando i “big” dell’auto (non proprio dei dilettanti…). I “signori delle quattroruote” (Marchionne in primis) hanno prontamente scordato Obama e si sono riscoperti super patrioti e trumpisti antemarcia. Sempre per la gioia dell’inquilino della Casa Bianca, i giapponesi di Toyota hanno messo sul tavolo dieci miliardi di dollari di investimenti nelle fabbriche americane nei prossimi cinque anni. Money, money, money…

Non è tutto. Oggi arriva a Washington Theresa May, altra bestia nera dei globalisti esteri e nostrani, per suggellare la “relazione speciale” atlantica e anglofona e cercare sponde forti per la Brexit. Per sua fortuna la signora porta in dote un’economia in ottima salute. Alla faccia dei catastrofisti (compreso Severgnini, lo jettatore) che vaticinavano fame e miseria, il Regno Unito post-Bruxelles ha una crescita costante e un tasso di disoccupazione al minimo storico. Gli ultimi dati sono inequivocabili: nel quarto trimestre del 2016 Londra aumenta la produzione dello 0,6 per cento e conferma il primato della crescita tra le economie avanzate. Ottime basi per discutere e impostare una direzione di marcia nuova e tutta anglofona. L’Europa — nelle mani di un alcolista e di una incompetente, Junker e Mogherini, giusto per non far nomi — rimane a guardare, spiazzata e basita.

La storia corre veloce, tutto sta cambiando, ma la stampa italiana non se ne accorge. Come indica Severgnini, il piagnucoloso, bisogna preoccuparsi delle smorfie di Melania e, orrore, del muro con il Messico. Peccato che la first lady slovena stia benissimo (vorremmo ben vedere…) e che la muraglia esista già da tempo. Fu eretta nel 1994 da Bill Clinton, il marito birichino della nonna trombata, e ampliata nel 2006 da George W. Bush con il voto determinante e convinto di Hillary e Barack Obama. Qualcuno avverta Severgnini, l’immemore.