Truffa da 14 milioni, sequestrati 53 immobili dopo la denuncia di Santori (video)

Hanno truffato oltre 14 milioni di euro alla Regione Lazio, al Comune di Roma e a circa 76 cittadini, soci di 3 cooperative nel Piano di Zona B50 “Monte Stallonara” di edilizia agevolata. Per questo motivo, questa mattina, dopo la denuncia di due anni fa del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Fabrizio Santori, che ha fatto scattare l’inchiesta del pm Alberto Galanti, su disposizione del gip Costantino De Robbio, sono scattati i sequestri di 37 conti correnti, 17 quote azionarie e 53 proprietà immobiliari nel Lazio e in Toscana appartenenti a 6 persone – 4 uomini e 2 donne – componenti i Consigli di amministrazione di 4 cooperative romane e diverse società, tutti indagati per truffa con il concorso di un dirigente e un funzionario di Roma Capitale, questi ultimi due indagati per abuso d’ufficio.

Sotto sequestro, a scopo preventivo per tutelare le vittime delle truffe, sono finiti anche i tre edifici delle cooperative in via Decimomannu 32 di Monte Stallonara a Roma per la gestione delle quali, ora, è stato nominato un amministratore giudiziario.

Le indagini sono partite dopo un primo esposto del gennaio 2015 presentato del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Fabrizio Santori che ha acceso un faro sulle mancate opere di urbanizzazione. Contestualmente la parlamentare del Movimento 5 Stelle, Roberta Lombardi, ha presentato un altro esposto sulle responsabilità del mancato controllo da parte dei funzionari comunali.

Secondo l’inchiesta, affidata alla sezione di polizia giudiziaria dalla Polizia Locale, diretta dalla dottoressa Rosa Mileto, i Consigli di amministrazione di tre cooperative, “Acli Castelli Romani Terza“, “Acli Castelli Romani Seconda” e “Il Nido“, formati sempre dagli stessi indagati, dopo aver beneficiato di finanziamenti – circa 3 milioni e mezzo di euro dalla Regione – e concessioni di enti pubblici  – i terreni dal Comune di
Roma, vincolati alla costruzione di appartamenti da dare in locazione o vendita a condizioni di favore per soggetti meno abbienti, hanno gonfiato gli affitti, raddoppiato i costi di vendita degli immobili e fatto sparire i finanziamenti pubblici ricevuti.

Il meccanismo era semplice. Per aggirare la normativa, gli indagati hanno creato una quarta cooperativa, la”Monte Stallonara“, nella quale hanno fatto confluire tutti i soci delle altre tre cooperative per poter giustificare la vendita degli appartamenti ai soci costruttori a oltre 13 milioni e 600mila euro, circa il doppio rispetto ai circa 7 milioni e 900mila dovuti per il costo di una sola edificazione e dichiarato alla Regione per poter ottenere il finanziamento pubblico.

«Grande soddisfazione» da parte di Fabrizio Santori il cui esposto-denuncia alla Procura della Repubblica di Roma per le mancate opere di urbanizzazione e per truffa ai danni della Regione Lazio, del Comune di Roma e di 76 soci di tre cooperative ha dato origine all’inchiesta e, quindi, ai sequestri.

«In tutta Roma – rivela Santori decisissimo ad andare fino in fondo alla faccenda – ci sono almeno sette altre situazioni simili sotto indagine».
«Nel corso degli anni – ricorda il consigliere regionale di Fratelli d’Italia – ci siamo impegnati con enormi sacrifici per sostenere le battaglie di persone comuni che vedevano infrangersi il sogno di una casa a costi contenuti e sostenibili. Oggi finalmente viene resa loro giustizia».
Ma il punto è, soprattutto, un altro: «Roma Capitale e la Regione Lazio devono impegnarsi a tenere sotto osservazione queste realtà, verificando lo sviluppo di piani di urbanizzazione primaria a tutela dei romani e di un territorio su cui si è speculato in maniera ignobile in passato solo per fare profitto, a volte truffando ignari cittadini come accaduto a Monte Stallonara».

Ma come è potuto accadere tutto questo? «In pratica – spiega l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale, Paolo Berdini – i dipendenti comunali, abusando del loro potere, davano il via libera ai prezzi di concessione accontentandosi della semplice dichiarazione dei Consigli di amministrazione mentre invece era necessario che i prezzi di cessione fossero approvati e deliberati dai soci delle cooperative. I soldi poi venivano fatti sparire nelle casse delle cooperative in una sorta di scatola cinese».

«L’aumento del prezzo massimo di cessione – dice Berdini – doveva essere concordato con Regione e Comune. E così non è stato: c’è stata una mancanza di
vigilanza da parte degli uffici pubblici».