Terremoto, l’esempio di Saro Rubei e delle sue case tutte ancora agibili

È un esempio, Saro Rubei. È quel che dovrebbe sempre essere e spesso non è. È un uomo che opera con criterio. Che fa le cose per bene. E il suo lavoro si vede. Rimane in piedi. Storia emblematica quella di Rubei. Storia di speranza. Perchè si muore di terremoto e di freddo. Ma anche di incapacità. Di sufficienza e di supponenza. Mix micidiale che ci fa inermi e ci lascia senza scampo. Perchè da noi si muore con scosse tra il quinto e il sesto grado Richter che qui sventrano i nostri borghi e che in Giappone quasi neppure avvertirebbero. Perchè le costruzioni sono poco solide. Perché i criteri antisismici sono stati sottovalutati o elusi. Perché, ci hanno spiegato, un tempo non si stava attenti, le leggi non obbligavano, non c’era la percezione reale del pericolo, non c’erano tanti controlli e bla, bla, bla… Parole. Per spiegare l’inspiegabile mentre si contano i morti. Si muore così nei borghi medievali dell’Italia centrale. In quelle piccole e operose realtà dell’Appennino dove alcuni sono stati capaci di realizzare il sogno di una vita intersecata con la natura. Lontani dal caos cittadino, dallo smog, dallo stress. E, però, insicuri. Soprattutto adesso che la maledetta “faglia” s’è svegliata. Perchè le case sono state costruite un pò così, alla bell’e meglio. Tante, non tutte. Non quelle, ad esempio, tirate su da Saro Rubei, un giovanotto di 90 anni suonati che vive nel suo agriturismo a Villa San Cipriano. Un chilometro da Amatrice. Uno che prima faceva il macellaio è poi s’è messo a costruire. La notte del terremoto del 24 agosto gli ospiti dell’agriturismo, svegliati dalla violenta scossa, con quella distruzione tutt’intorno a loro, constatarono di essere incolumi: la struttura che li ospitava era in piedi, senza una crepa. L’aveva tirata su Saro, con l’aiuto di un geometra. Così come un’ottantina di altre case, di cui 60 ad Amatrice. Tutte ancora in piedi. Agibili. Perché, ha detto Saro, avendo paura del terremoto c’ha messo tanto ferro e tanto cemento armato in quelle fondamenta. Si muore, nella nostra Italia centrale. Si muore per questa inusitata morsa terremoto-freddo, ma anche per  errori, incapacità e magheggi. L’imponderabile bisogna sempre metterlo in conto. La dabbenaggine non più.