Quegli ipogei romani che ci protessero dalle bombe degli “alleati”

La notizia della scoperta di un “bunker” sotterraneo a Monte Sacro a Roma, ripropone l’esigenza di un censimento di queste strutture sotterranee, che si aggiungono a quelle risalenti a periodi più antichi, che così spesso ostacolano gli scavi delle varie metropolitane. Quello che spesso si definisce “bunker”, in realtà sono rifugi antiaereo, che i romani utilizzavano durante l’ultima guerra quando i nostri “alleati” bombardavano obiettivi civili facendo migliaia di morti. I meno giovani ricorderanno che fino a pochissimi decenni fa sui muri di alcuni palazzi si potevano ancora scorgere le scritte sbiadite che indicavano il rifugio. Ce ne erano decine, a Roma, spesso ricavati in cantine o in magazzini. L’ultima di tali scritte era visibile ancora 15 anni fa vicino la Fontana di Trevi. L’ipogeo di Monte Sacro, peraltro conosciuto dagli abitanti, fu costruito, ci racconta il quotidiano romano Il Messaggero, nel 1942, e poteva proteggere 1500 persone. Probabilmente una struttura così grande era stata suggerita dal fatto che a pochi metri c’era – e c’è – Città-Giardino, il quartiere dove vivevano molti notabili del governo e del Partito fascista. Un’altra di queste strutte, molto più piccola, era in via Tolmino angolo viale Gorizia, al quartiere Trieste Salario, che fu utilizzata – a detta di testimoni – proprio nella circostanza dei bombardamenti di San Lorenzo, che in linea d’aria dista poche centinaia di metri. Era di fronte la casa di Giuseppe Caradonna, sindacalista agrario e sindacalista fascista, casa che fu devastata e derubata dai partigiani dopo la “liberazione”. Ma è un’altra storia. Un’altro era in via Volsinio, a piazza Verbano, negli scantinati delle case Incis, locale che dopo la guerra fu affittato dal neonato Movimento Sociale Italiano, che vi installò la sezione Trieste. 

Contro le bombe la popolazione si ricoverava nei rifugi

L’unica ricerca fatta in questo senso è da attribuire a Lorenzo Grassi e al Centro ricerche speleo archeologiche sotterranei di Roma, che nel 2012 tentò di mettere in ordine la materia, che peraltro è vastissima. Anche il Comune e la Provincia di Roma hanno contribuito alle ricerche, secondo il sito www.bunkerdiroma.it. Il sito ha individuato e descritto dodici di queste strutture: tre sono a Villa Torlonia, residenza di Benito Mussolini, che poi è vicinissimo a quelli citati prima. Gli altri sono: Palazzo Venezia, Villa Ada (dove c’era una residenza reale – ancora visibile – utilizzata più che altro dal giovane Umberto), via della Camilluccia, Palazzo Valentini, Complesso del Vittoriano, Palazzo dell’Esercito, Palazzo degli Uffici, Stazione Termini, caserma pompieri di via Genova, nei pressi di via Nazionale e del Viminale. In realtà a Roma, prima della guerra, c’erano centinaia di rifugi antiaerei pronti, oltre alle cantine e alle gallerie sotterranee in ogni quartiere. Esiste anche una specie di censimento, ma per riscoprirli occorrerebbe l’aiuto della popolazione, anche perché nel corso dei decenni quelle strutture, gallerie o grotte, sono state adibite ad altro uso, spesso di magazzino. Un’ultima notazione: negli anni Settanta, quindi non durante la guerra, a Roma, precisamente nel quartiere Primavalle, la “mala” aveva i suoi depositi di armi proprio sottoterra, nei condotti delle fognature: le armi, debitamente impacchettate e custodite, venivano appoggiate negli incavi dei cunicoli fino al loro utilizzo. Poché dalla guerra non era passato molto, possiamo presumente che molte di queste armi fossero residuati bellici. Come facciamo a saperlo? Un uomo anziano, che da giovane abitava a Primavalle, andava a giocare con gli altri ragazzini del quartiere nei sotterranei, dai quali si accedeva dai tombini. I ragazzini vedevano ogni giorno le armi, ma non le toccavano. Gli anni sono passati, ma lui se lo ricorda ancora.