Quando Albert Schweitzer, le grand docteur, previde il disastro dell’Africa

Dopo 22 anni di dominio assoluto e incontrastato sul Gambia, il “presidentissimo” Yahya Jammeh  ha deciso d’andare in pensione. Non per sua volontà, ovviamente, ma a causa di elezioni perdute e forti pressioni internazionali. Prima di lasciare il trono, il paffuto dittatore, indignato dall’ingratitudine dei sudditi, ha svuotato le casse statali, infilandosi in tasca 500 milioni di “dalasi”,  circa 11 milioni di dollari, in un paese il cui il pil nel 2015 era pari a 938 milioni di dollari (dati Banca Mondiale). Insomma un tesoro pari all’1% del Pil nazionale. Non pago della sua  “pensione d’oro”, il rapace Jammeh si è portato via anche auto di lusso, mobili e quadri,  imbarcando il bottino su un volo cargo decollato insieme a lui verso l’accogliente Guinea Equatoriale.

Cleptocrazia africana

Nulla di nuovo, nulla di strano. Solo l’ennesimo caso di cleptocrazia africana. Un copione già visto in Congo, in Nigeria, in Kenya, in Eritrea, nello Zimbawe, in Sudan e in tanti altri posti. Una parte importante dell’Africa è fallita e definitivamente fuori controllo. Un disastro epocale. Le conseguenze tragiche le conosciamo.

La previsione di Albert Schweitzer

Vi era chi, mezzo secolo fa, tutto aveva previsto. Nel 1960, il dottor Albert Schweitzer — baffi curati, casco bianco, piccolo papillon nero e pantaloni stinti e rammendati — dal suo ospedale di Lambarènè, un buco infame e malsano e, al tempo stesso, la località più luminosa dell’allora Africa Equatoriale Francese, spedì un messaggio a Charles de Gaulle, presidente di Francia. L’anziano missionario alsaziano, premio Nobel per la Pace nel 1952, l’uomo che aveva consumato l’intera sua vita a curare gli ultimi tra gli ultimi dell’Africa profonda, scriveva al potente generale una missiva per scongiurare (o almeno ritardare) l’annunciata ritirata della Francia dal “cuore di tenebra”. Dalla profondità del continente. Un messaggio contro l’improvvisa e improvvida decolonizzazione di terre inquiete.

Quelle parole dure e inequivocabili

Il latore era Alain Peyrefitte, il più giovane e brillante collaboratore di De Gaulle, uno dei pochi confidenti del ruvido Charles. Come ricorda nel suo C’etait De Gaulle — un libro centrale se si vuol comprendere l’esperienza gaullista —, Peyrefitte lesse il messaggio de le grand docteur all’inquilino dell’Eliseo. Le parole erano dure e inequivocabili — Schweitzer se lo poteva permettere… —, cortesi e durissime: «l’esperienza di questi lunghi anni passati in Africa mi ha aperto gli occhi. So bene che i politici indigeni e i francesi di Libreville [la capitale dell’amministrazione gallica in Equatore, ndr] mi accuseranno d’essere paternalista, colonialista e razzista, ma la Francia non può andarsene oggi. Adesso. Poiché i negri vivono ancora l’età della pietra, ad eccezione dell’uno e due per cento di essi, e sarebbe insensato trattarli come europei dei giorni nostri».

Il commento di De Gaulle

De Gaulle annuì. «Schweitzer ha ragione e torto. È vero che gli indigeni non sono in grado per governarsi veramente da se stessi. Ma ciò che egli dimentica, è che attorno a noi esiste il mondo, e che esso è cambiato». Per poi aggiungere: «I popoli colonizzati sopportano sempre meno i loro colonizzatori; un giorno verrà in cui non riusciranno a più a sopportare se stessi. Nell’attesa, noi siamo obbligati a tener conto della realtà». Profetico.

Quel tempo è venuto ed ecco i dilemmi. Senso di responsabilità o strambi sensi di colpa? Politiche lungimiranti (e costose) o umanitarismo sdrucciolo? Il “fardello dell’uomo bianco” (pesante e non conveniente) o grossi, sporchi affari? Insomma, Albert Schweitzer o il “politicamente corretto” e tanto business?

Il disastro dell’Africa post coloniale — mezzo secolo di fame, massacri, corruzione, guerre, migrazioni, devastazione ambientale e tanta, troppa ipocrisia —, sigillato dall’attuale tragedia del Mediterraneo,  apre domande scomode e impone scelte difficili. Per l’Occidente è tempo di iniziare a rispondere e decidere, nel segno della Storia e della Grande politica.