L’Europa impone l’austerity. Italia punita per la vittoria dei No al referendum?

Non arrivano buone notizie da Bruxelles. L’Europa ci chiede di mettere mano a una manovra bis che vale lo 0,2 per cento del Prodotto interno lordo, pari a 3,4 miliardi. Se il governo Gentiloni si sottrarrà all’obbligo imposto dall’Ue verrà aperta la temuta procedura di infrazione sul deficit.

L’Italia punita per il referendum?

Per scongiurarla il nostro ministro dell’Economia Padoan sta in queste ore febbrilmente lavorando per convincere l’Ue che i conti italiani sono a posto, ma la burocrazia europea stavolta non fa sconti. Nel marzo 2016 invece da Bruxelles erano stati più generosi evitando a Renzi la figuraccia di una correzione della manovra. Le minacce attuali fanno pensare quasi a una ritorsione per l’esito del recente referendum. Su Gentiloni si può infierire, a quanto pare.

L’Ue: pagate il conto di Renzi

E’ Repubblica a far presente che il braccio di ferro sui conti pubblici tra Italia e Bruxelles va avanti da un bel po’: “Prima del referendum la polemica tra l’allora premier Matteo Renzi e il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, era stata accesa. Troppo alto il deficit previsto in Legge di Bilancio con inevitabili ricadute negative sul debito. Ma poi Juncker a metà novembre aveva preferito non bocciare pubblicamente la manovra a pochi giorni dal referendum per evitare di influenzare il processo democratico interno italiano”.

Il Mef: tutta colpa della deflazione

Ora però, fanno sapere i funzionari Ue, il “conto di Renzi” dev’essere pagato. Come? Dal ministero dell’Economia filtra qualche notizia sulla correzione dei conto in arrivo. Deflazione e condizioni di mercato avverse alle privatizzazioni pesano sul debito italiano, ma il governo non intende “svendere” asset nazionali, in attesa di condizioni più favorevoli. Il governo intende giustificarsi, inoltre, per le falle nel percorso di riduzione del rapporto debito pubblico-pil chiamando in causa  l’andamento dei prezzi negativo che incide sull’andamento nominale del prodotto interno lordo e le condizioni avverse dei mercati finanziari che non hanno consentito la vendita di beni patrimoniali dello Stato.