“Lame”, il romanzo di Gabriele Pedullà: potente metafora in 12 tempi

“Approderà al romanzo, Gabriele Pedullà? Non credo di sbagliarmi se affermo che avverrà presto. La sicurezza con cui, nei racconti più “polifonici” (…), controlla i movimenti dei numerosi personaggi, seguendoli tutti con piena partecipazione emotiva, ma anche con il necessario distacco stilistico, è una inequivocabile spia della sua vocazione di narratore a tutto campo.” Così chiudevo una recensione al primo, felice libro di narrativa di Gabriele Pedullà, i racconti di Lo spagnolo senza sforzo. Era una profezia fin troppo facile. Ecco infatti Lame, sempre edito da Einaudi. Non un volume-monstre, come purtroppo accade sempre più frequentemente, centinaia o addirittura migliaia di pagine nelle quali cercheresti invano la ragione di tanto impegno, ma un agile, affascinante romanzo suddiviso in dodici “tempi”, intervallati da frammenti di dialoghi per così dire “fuori campo”.

Il protagonista di “Lame”

Renato Minore in una bella recensione, la prima che io sappia pubblicata sul libro, azzarda che il protagonista, Ruggiero, parli con il “fantasma dei suoi quarant’anni”. L’ipotesi è senz’altro suggestiva e plausibile. Ma è anche il modo con cui l’autore entra nel gioco, “specchiandosi” nel suo personaggio e allo stesso tempo prendendone le distanze. E la cosa si ripete nel corpo del racconto, con modalità diverse, ma con identica finalità: le sottolineature, i commenti, le iterazioni che Pedullà circoscrive fra parentesi (altre voci “fuori scena”) sono un momento di “distacco emotivo”. E’ come se la fluidità del discorso avesse bisogno di soste per consentire al lettore, e perfino all’autore, di non perdere l’orientamento e ritrovare il filo che li porterà fuori dal labirinto di parole in cui, appena varcata la soglia della prima pagina si trovano imprigionati. L’ultimo dialogo è silenzioso. L’ossimoro è voluto. E’ infatti la cifra del romanzo di Pedullà, una minuziosa cronaca di mattinate domenicali trascorse al Pincio da pattinatori che vorticano ininterrottamente sui loro roller-skate e, come dice il “Professore” (per via della folta barba), lo stravagante ideologo, costantemente alticcio, del variegato gruppo, “con quello sforzo inutile e senza direzione, così immobili, nonostante il movimento e proprio per questo condannati a girare all’infinito, insomma paralizzati nel loro illusorio dinamismo”. Viene in mente l’Eliot dei Four Quartets: “Words, after speech, reach into the silence” (le parole, dopo il discorso, giungono al silenzio), ma i versi che precedono sono: “Words move, music moves only in time; but that which is only living can only die” – le parole si muovono, la musica si muove nel tempo; ma ciò che soltanto vive può soltanto morire). Pedullà è troppo curioso intellettualmente per non averli avuti presenti, ma troppo abile scrittore per lasciare in vista, salvo quando lo vuol fare di proposito, le scale di cui si sia eventualmente servito.

Le “spie” disseminate dall’autore

La frase del Professore è una delle tante “spie” di cui l’autore dissemina l’originale romanzo per aiutare il lettore ad andare oltre la descrizione, in apparenza senza secondi fini, analitica, ossessiva, quasi maniacale (mutuando un termine dalla critica d’arte e uno dalla musicologia, si potrebbe definire lo stile di Pedullà: “realismo trascendentale”), del rito domenicale in onore di Nostra Signora della Rotella…

Il fascino della sua scrittura, come sempre raffinata, senza manierismi, strutturata per aderire perfettamente alla materia descritta, sta soprattutto nell’incastro dei piani narrativi, alcuni più evidenti, altri da scoprire, con la certezza di essere ripagati della fatica. Il solo aiuto che l’autore fornisce è il dosaggio sapiente dei segnali lanciati per facilitare la “discesa” e ricostruire la dimensione ulteriore del racconto, a cominciare dalla lettera all’editore di cui è riportato uno stralcio sul risvolto di copertina (innovando anche qui sulla logora tradizione di resumè improbabili, quando non fastidiosamente enfatici) “… ho sentito che … quel movimento senza meta ci riguardava tutti … ho avuto l’impressione di vedere qualcosa come lo Spirito-del-nostro-tempo che si incarnava in una singola, concretissima figura. Lì, improvvisamente, c’era il meglio e il peggio di tutti noi. Le nostre angosce. I nostri errori. Le nostre speranze, forse.” Si tratta di una vera e propria dichiarazione programmatica che, malgrado l’eccellenza della prova narrativa precedente e il ponderoso background scientifico (a parte i saggi specialistici, la geniale intuizione dell’Atlante della letteratura e soprattutto In piena luce, il saggio sui media, nel quale Pedullà ha pienamente espresso la vastità dei suoi interessi e la capacità di mettere in relazione fra loro fenomeni apparentemente distanti), poteva far temere che Lame fosse un romanzo costruito a freddo, “secondo le regole”, quelle che i critici letterari conoscono bene, ma che non servono assolutamente a nulla nel momento in cui si passa dall’“altra parte” (esemplare in tal senso…, la pessima prova del maestro dei maestri, George Steiner, il quale ha… peccato per fortuna una sola volta, dando alle stampe un romanzetto di nessun valore “Il correttore”, edito in Italia da Garzanti). Bastano poche pagine però per eliminare ogni preoccupazione del genere. Si resta subito ipnotizzati. Come accade ai visitatori dell’Ermitage di fronte a La danse. Nel capolavoro di Matisse vi è lo stesso paradosso: i corpi nudi accennano un movimento di danza – in uno spazio che pur essendo realistico (un prato verde, il cielo azzurro), è al tempo stesso ideale, una metafora visiva del mondo – ma restano bloccati in una eterna immobilità. E così il posto in cui i pattinatori di Pedullà si agitano è il liscio selciato del Pincio, ma quasi inavvertitamente il luogo reale, quel luogo, diventa altro. Ruggiero fa un accenno all’acqua e al fuoco, Olimpia, la sua compagna nella vita e sui pattini, ci aggiunge l’aria e la terra, ed ecco individuati i quattro elementi, il Pincio trasformato in un pianeta e i pattinatori in un microcosmo, sorta di sineddoche del macrocosmo impazzito che gira a vuoto su se stesso, in una corsa senza fine, “pur restando immobili”.

La cultura dei personaggi

Attento a mantenere anche il livello dei riferimenti rigorosamente coerente con quello della cultura dei suoi personaggi (si concede soltanto un… Gershwin, chiamato in causa dal nome del pattinatore-princeps, colui che ha dato l’avvio, importandola dall’America, a quella moda, tal Bess), dopo mesi di dance-music di ogni specie, sul cui ritmo i pattinatori volteggiano (per finire invariabilmente con il famoso brano di Michael Jackson, Thriller), a un certo punto fa il suo ingresso il valzer: il Bel Danubio blu, naturalmente. Sarebbe stato un imperdonabile snobismo andare oltre il pezzo più celebre forse di tutta la musica occidentale. Ma l’andamento del racconto, quello linguistico e quello narrativo, ricorda prepotentemente la spirale sonora costruita da Ravel sulla elementare struttura in tre tempi resa celebre dalla dinastia viennese degli Strauss. Non l’altrettanto celebre Bolero, ma La valse. Anche lì vi è un ritmo in qualche modo congelato, una pressione interna che monta senza riuscire ad esplodere (anche questa una possibile scala…?).

Sono divagazioni, naturalmente (sempre comunque “suggerite” dalle potenti immagini disegnate da Pedullà), ma la verità è che la chiave di volta del bellissimo, coinvolgente romanzo è proprio una “divagazione”. A un certo punto il “Professore” parlando di un’opera del musicista, Gary Numan, Cars (uno dei brani che supportano le acrobazie dei frequentatori del Pincio), ne definisce il tema musicale “di una elementarità semplicemente imbarazzante”, aggiungendo però: “Tutto vero, tutto vero. Eppure… ecco … il genio di Gary Numan dovevi cercarlo in quell’eppure”. Anche a proposito di questo libro si potrebbe dire che il plot è di una incredibile semplicità, eppure…

Non solo la struttura narrativa è scarnificata fin quasi alla staticità, ma anche i personaggi sono costruiti “per sottrazione”. In effetti non sappiamo nulla di loro, ne conosciamo soltanto i soprannomi. Pedullà si limita a fornirci degli accenni sul loro foreground nonché sul background (per usare le due categorie con cui Harold Bloom decritta i personaggi scespiriani), lasciando a noi il compito di ricostruirne la storia. E così di Rino sappiamo che ha un naso spropositato ed è ossessionato dal femminino, di Angie conosciamo la forza delle natiche, di Lollypop i lividi che accrescono la bellezza delle gambe, della Fata Turchina i capelli bianchi, di Bess, il “direttore di ballo”, gli occhiali neri e il soprabito. Viene il sospetto che anche quelli di Olimpia e Ruggiero non siano i veri nomi, ma i soprannomi. Se qualche dubbio possiamo averlo per quest’ultimo, il quale da un certo punto in poi diventerà per tutti Corto (Corto Maltese o corto di fiato? è l’atroce dubbio che lo attanaglia…), nessuno invece per la prima, dato che non le verrà affibbiato alcun soprannome (insinuandoci il sospetto che ci abbia pensato l’autore…).

E poi, perché proprio quei nomi: Olimpia e Ruggiero? Certo, può anche essere una scelta casuale, ma com’è noto, il Caso non agisce mai a caso… L’Olympia più famosa si trova al Musèe d’Orsay e da più di centocinquanta anni la modella di Manet affascina e turba, ma ve n’è un’altra, più

inquietante: la bambola meccanica dei Racconti di Hoffmann. E Ruggiero (si badi, non Ruggero) sembra arrivare a dorso dell’ippogrifo direttamente dalle ottave dell’Ariosto. Tant’è che il nome di colei che alla fine del racconto lo sedurrà, Angie, non è che il diminutivo di Angelica (non di Angiolina Jolie a cui Rino la accosta per via dei glutei…). E’ il sottile gioco dei rimandi, quanto mai intrigante, di cui è punteggiato il romanzo. Mentre scende dal Pincio Ruggiero incontra il monumento a Goethe. Sembra che all’autore, ciò che interessa maggiormente, sia mettere in evidenza il “deretano muscoloso, spudoratamente offerto a novanta gradi agli occhi dei passanti”, ma si lascia sfuggire en passant (ci concede…) la celebre citazione che “persino Ruggiero conosce”: FERMATI ATTIMO! E allora capisci che era lì che voleva arrivare: gli scatenati pattinatori vorticano follemente – di grande potenza evocativa la scena del “girotondo” fra i busti dei padri fondatori che arredano quella parte della collina – per poter fermare l’attimo. E quando, in chiusura del libro, Angie (Angelica), salta inaspettatamente addosso a Ruggiero, lo fa non tanto, o non solo, perché colta da improvvisa foia, ma anche perché è il solo modo conosciuto, da sempre, per “fermare l’attimo”.

Gabriele Pedullà

Lame

Einaudi, 2017

Pagg.153, euro 18