La “presidenta” Boldrini: «La politica non è concreta». E se lo dice lei…

Fa un certo effetto leggere (Repubblica del 9 gennaio) che la signora Laura Boldrini, presidente , pardòn presidenta della Camera dei Deputati abbia lamentato la mancanza di «concretezza» della politica rispetto ad emergenze come le nuove povertà e le nuove diseguaglianze in cui si dibatte, e non da ora, la società italiana. L’avesse detto un altro politico, non ce ne saremmo meravigliati più di tanto e avremmo catalogato il tutto alla voce “ravvedimento”.

Da 4 anni ci ammorba con «sindache» e «ministre»

Ma, in bocca alla Boldrini, le stesse parole e gli stessi concetti appaiono destinati a scatenare in chi le ascolta o le legge una reazione a metà tra l’indignato e l’esilarante. Ci vuole davvero una faccia tosta di rara fattura per accusare la politica di scarsa «concretezza» dopo quattro anni passati su uno degli scranni più prestigiosi della politica nazionale a cambiare la vocale finale delle cariche istituzionali: ministra invece di ministro, sindaca piuttosto che sindaco, presidenta in luogo di presidente e così via in uno stucchevole crescendo di insulsaggini che alla fine ha stancato tutti, compreso il presidente emerito Giorgio Napolitano che in nome della sua veneranda età si è autoesentato dall’utilizzare gli stilemi politically correct della neolingua boldriniana. È proprio così: mentre la crisi faceva a pezzi il ceto medio allargando il fossato tra i (pochi) ricchi e i nuovi poveri, dal palazzo di Montecitorio la Boldrini si baloccava con le desinenze al femminile nella sua personalissima crociata contro la «violenza di genere» annidata nella lingua di Dante che si ostina a non voler riconoscere il ruolo delle donne in politica e nelle istituzioni. Che grande, ineguagliabile contributo di «concretezza» ad un dibattito altrimenti fumoso e incomprensibile. Peccato solo che non se ne sia accorto nessuno e che il furor di popolo non l’abbia presa in braccia per trasferirla nel confinante Palazzo Chigi in sostituzione del Renzi disarcionato dal “no” referendario.

La Boldrini è la vestale del politically correct

Che ne dite, non sarebbe stato uno spettacolo sublime ritrovarsi con una presidenta del Consiglio che come primo atto del suo rivoluzionario governo avrebbe impone la supervisione di una commissione di linguisti sui testi normativi affinché nessuna se ne senta discriminata? Certo che sì. E di sicuro sarebbero legioni quelli (e quelle) pronti (e pronte) a salutare il nuovo corso con poderose slurpate di autentico giubilo. Del resto, è fin troppo noto che specie in politica la lingua non si usa solo per comunicare.