La Fiamma dimezzata, Parlato riscrive la storia di una scissione dolorosa

Inutile ignorare il dato: buona parte della destra guarda spesso al passato, alla memoria, alla sua stessa storia con l’atteggiamento acritico e celebrativo di chi sente di aver fatto parte di una minoranza eroica, discriminata, ghettizzata. Ma molti squarci si stanno aprendo, contribuendo ad una riflessione meno agiografica. Di sicuro grandi meriti ha in questo senso il nuovo libro dello storico Giuseppe Parlato, La Fiamma dimezzata. Almirante e la scissione di Democrazia Nazionale (Luni editrice, pp.318, euro 24). Una vicenda derubricata ad episodio minore della storia missina (gli scissionisti furono bollati come traditori, disertori, venticinqueluglisti finanziati dalla Dc) e che invece merita un approfondimento distaccato.

Esodo di deputati e senatori

Democrazia nazionale portò via al Msi 17 deputati su 34, 9 senatori su 15, 13 consiglieri regionali su 40, 51 consiglieri provinciali su 160, 350 consiglieri comunali su 1500. Fu – scrive Parlato – “la scissione proporzionalmente più rilevante nella storia del Parlamento repubblicano”.

Ovviamente il libro di Parlato inquadra il contesto, il prima e il dopo la decisione – il 20 dicembre del 1976 – degli aderenti a Democrazia nazionale di formare gruppi parlamentari autonomi. E l’autore non dà credito alle voci sulla manovra esterna al Msi, alla tesi insomma che i fuoriusciti fossero eterodiretti dalla Dc. No, quella vicenda matura tutta all’interno delle contraddizioni del “modello Msi” – partito nostalgico o destra moderna? – e delle ambiguità che esso si porta dietro, e che Giorgio Almirante non vuole o non è in grado di dissipare.

Sulla scia di De Marsanich e Michelini

“Si arrivò a Democrazia nazionale – scrive Parlato – perché c’era stato un progetto che durava da vent’anni e che si era incarnato in De Marsanich e in Michelini, i quali avevano previsto la possibilità di creare una destra moderna e afascista, nel senso che l’obiettivo era quello di consegnare Mussolini e il suo regime agli storici e non più ai politici”. Un punto, quest’ultimo, di enorme rilievo e che la destra missina trascina con sé almeno fino a Fiuggi. Consegnare definitivamente il fascismo alla storia e quindi superare anche lo slogan “non rinnegare non restaurare” era l’unico modo, l’unica strada possibile per rompere il gioco disperato della contrapposizione fascismo-antifascismo che proprio negli anni Settanta tanti lutti doveva creare a destra.

Il discorso alla Camera di De Marzio

Non a caso Ernesto De Marzio, uno dei leader più carismatici del Msi prima e di DN dopo, in un suo memorabile discorso alla Camera sottolineò la necessità di andare oltre il reducismo: “Chiedendo, in nome della pacificazione nazionale, ai vincitori di abbandonare la loro arroganza, avvertimmo anche che per portare il nostro contributo alla pacificazione dovevamo liberarci del rancore dei vinti”. Ciò avrebbe dovuto comportare il superamento di una mentalità fondata sulla sindrome dell’accerchiamento e dello sconfittismo, sul disprezzo della democrazia, sulla fideistica devozione verso le memorie fasciste. Va ricordato che anche sul fronte avversario questo passaggio non solo fu ostacolato o incompreso, ma ogni tentativo venne destabilizzato dall’alto al fine di trarre i vantaggi sperati dal macabro gioco degli opposti estremismi.

La strategia di Almirante 

Il percorso prospettato da De Marzio – e dagli altri dirigenti che lo seguirono come Roberti, Delfino, Cerullo, Covelli, Lauro, Nencioni, Tedeschi ma non dimentichiamo l’adesione di Giano Accame, di Gianna Preda e quella, anche se più defilata, di Armando Plebe – era del tutto opposto però a quello che Almirante stava seguendo per trasportare la navicella missina oltre i flutti tempestosi degli anni di piombo.

Almirante agiva secondo una prospettiva che secondo Parlato contemplava in tre fasi: ricompattare il neofascismo, lanciare una destra nazionale giovane e dinamica, giustificare l’ambivalenza identitaria (anima sociale e anima conservatrice) richiamandosi proprio all’esperienza del fascismo che tutto e il suo contrario poté contenere al suo interno. Un Msi come partito di “sintesi” dunque e non come movimento di destra moderna e legittimata nelle dinamiche parlamentari capace di tagliare per sempre i ponti con le sue ali estreme ed estremiste, modello che corrispondeva agli auspici dei demonazionali. 

Il dilemma fu sciolto con la scissione di DN e i fatti seguenti diedero ragione ad Almirante, la base elettorale non comprese e condannò, e la Dc ne fu però avvantaggiata: in quanto partito di maggioranza  non aveva certo nulla da temere da una destra che si faceva scudo dell’alternativa al sistema e si faceva vanto del ghetto in cui si era auto-rinchiusa. Poi, c’era da fare i conti con il carisma di Giorgio Almirante, indisponibile a cedere parti di “sovranità” ad altri in un partito che aveva creato a propria immagine: la base che in lui si identificava, e il vertice che si occupava solo delle commissioni parlamentari. “Fu proprio Almirante – accusa Gianni Roberti – a preferire la scissione a una gestione del partito in qualche modo condizionata”. 

Si potrà ritenere che ormai queste  sono vicende passate e che non interessano più a nessuno. Al contrario sono fondamentali anche per capire l’oggi e per comprendere per quale motivo la destra, anche quando è forte elettoralmente, necessita di una legittimazione “terza” che non riesce a compiere da sola. Il famoso “sdoganamento” operato da Silvio Berlusconi  è, in questo senso, esemplare. Ed anche l’occhieggiare attuale di ciò che resta degli eredi del Msi ora a Le Pen ora a Trump ora a Putin ora a Salvini fa dedurre che la questione dell’identità risente ancora di tutte quelle incrostazioni opportunistiche  – la “pesca delle occasioni” avrebbe detto Giuseppe Niccolai – che solo Almirante era in grado di gestire all’interno di un partito (che aveva però un centro, una destra e una sinistra) e che discuteva – nonostante il cesarismo del suo leader –  molto più di quanto non avvenga oggi in tutte le formazioni politiche.