Giovanissimi e iperconnessi i “foreign fighters” jihadisti di casa nostra

Tra cittadini di nazionalità italiana, attualmente sedici, e stranieri che hanno avuto la residenza o in qualche modo hanno avuto a che fare con il nostro Paese, sono 110 in tutto i foreign fighters “italiani”. Circa 1.200 i “siti di interesse” monitorati dagli apparati di prevenzione, 300 gli individui “attenzionati” di cui “almeno un terzo presenta un profilo estremamente complesso e problematico secondo la nostra intelligence”. Emerge da uno studio aggiornato ad opera di Alessandro Boncio, Ispettore dell’Arma dei Carabinieri, docente di counter-terrorism e autore di analisi e articoli per l’Iso (International Security Observer) per la rivista Sicurezza, terrorismo e società, pubblicato sul portale dell’intelligence italiana www.sicurezzanazionale.gov.it.. All’elenco vanno aggiunti i 140 possibili jihadisti che sono stati espulsi per motivi di ordine e sicurezza pubblica dall’inizio del 2015. La ricerca “analizza dati relativi ad alcuni possibili indicatori di rischio che la letteratura accademica associa al fenomeno della radicalizzazione jihadista”. Lo scopo è quello di individuare “possibili denominatori comuni presenti nei percorsi italiani di radicalizzazione, in grado di fornire uno strumento utile agli operatori per la sicurezza, sociali e istituzionali”. Il fenomeno dei foreign fighters “ha avuto finora un impatto minore sulla nostra società, specialmente se confrontato con le stime ufficiali di altri Paesi dell’Europa occidentale. In passato, l’Italia è stata utilizzata dal movimento jihadista mondiale principalmente come base logistica e la composizione della rete dei mujaheddin italiani è sempre stata fluida e variegata.

Sono 110 i foreign fighters nell’elenco del nostro governo

Si tratta di individui che hanno raramente rivestito ruoli di rilievo nei network transnazionali, specie se confrontati con reti simili in Gran Bretagna o in Francia, preferendo mantenere un basso profilo operativo, anche in considerazione del ruolo di hub di transito e/o rifugio svolto dal nostro Paese”. Dallo studio, effettuato su un campione di 55 foreign fighters “sui 110 ufficialmente inseriti nell’elenco da parte del governo italiano”, emerge il “rapidissimo processo di jihadizzazione dei giovani, che spesso non dispongono di strumenti di analisi critica utili a de-costruire la narrativa jihadista; in tal senso, i convertiti rimangono spesso affascinati dall’ideologia jihadista ancor prima o contemporaneamente alla loro introduzione all’Islam”. “Quarantaquattro soggetti utilizzano in modo efficace le nuove tecnologie informatiche, i social networks e la comunicazione digitale (80%). Nove di loro possono essere considerati dei veri esperti (16,3%), confermando così la natura dell’ultima generazione jihadista transnazionale, iperconnessa, e radicalizzata in particolare attraverso il web”. Del resto “la giovane età sembra essere un altro comune denominatore” dei foreign fighters di casa nostra: “escludendo un ragazzo diciassettenne, ventisette persone del campione esaminato rientrano nella fascia di età tra i diciotto ed i ventisette anni (49,1%), altri ventuno sono compresi tra i ventotto ed i trentasette anni (38,2%) e solamente sei hanno più di trentasette anni (11%)”. Ben 33 persone del gruppo in esame “non avevano un impiego (60%), mentre diciannove individui avevano un lavoro occasionale o di bassa qualificazione professionale (34,5%). La mancanza di una occupazione lavorativa (o una posizione di lavoro frustrante/alienante) è generalmente considerata come uno dei fattori di innesco sulla strada della radicalizzazione violenta”, rileva l’autore. La disoccupazione e la mancanza di prospettive per il futuro “possono spingere delle persone ad abbracciare un’ideologia violenta con l’idea di ottenere in cambio un lavoro”.