Giorgio Conighi, “soldato del fuoco” per tutta la vita: da Fiume alla Rsi

Esattamente quarant’anni fa moriva Giorgio Alessandro Conighi, fiumano irredentista (vi era nato nel 1892), amico di D’Annunzio, ingegnere, volontario degli Alpini durante la Grande Guerra, volontario nella Repubblica Sociale Italiana, ma soprattutto vigile del fuoco tutta la vita. In questa veste infatti operò la maggior parte della sua esistenza, contribuendo a salvare migliaia di vite non solo dagli incendi e dai bombardamenti, ma anche dalla ferocia titina e dalle rappresaglie dei tedeschi. Nato come si è detto a Fiume, sin da giovanissimo, insieme ai suoi fratelli, abbracciò la causa irredentista, tanto che nel 1910, a soli 18 anni, fu processato da un tribunale austriaco per alto tradimento. Per sfuggire alla pena capitale dovette scappare e cambiare nome il Giorgio Dilenardo. Partì volontario nella Prima Guerra Mondiale meritandosi una medaglia di bronzo e la Croce di guerra. Nel 1919, insieme con i fratelli Carlo e Cesare fu legionario a Fiume. Da allora e sino al 1940 fu il comandante del Corpo dei vigili del fuoco della città. Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale diresse i corpi pompieri anche di Cattaro, Spalato e Lubiana. In quest’ultima città Conighi, stante i buoni rapporti che aveva con la popolazione di ogni etnìa, riesce a costituire un corpo con personale misto italo-sloveno.

Giorgio Conighi fu vigile del fuoco tutta la vita

Dopo l’8 settembre Conighi non ebbe esitazioni: scelse la Rsi e fu inquadrato nei pompieri di Trieste, dove la sua opera fu fondamentale in quei mesi drammatici. In questo periodo si adoperò per la popolazione triestina sconvolta dai bombardamenti alleati e dalla carenza di ogni genere di prima necessità. Addirittura prima della caduta di Zara Conighi inviò viveri, vestirario e quant’altro poteva via mare per alleviare le sofferenze degli zaratini assediati, ma fu tutto inutile. Dopo l’occupazione di Trieste da parte dei partigiani comunisti jugoslavi, la sua casa fu presa a cannonate dai titini perché si rifiutò di esporre la bandiera rossa nella caserma dei pompieri. Dopo alterne e drammatiche vicende, nel corso delle quali Conighi rischiò più volte la fucilazione o l’infoibamento, fu arrestato dai titini e trascorse un mese di carcere. Liberato, scelse come gran parte dei suoi compatrioti l’esodo. Finita la guerra, non fu processato né dal comando alleato né dai tribunali italiani, e poté riprendere il suo lavoro di comandante dei vigili del fuoco di Trieste e Trento. I suoi ultimi anni li trascorse nella sua amata professione e nelle sue attività nell’Associazione degli Alpini e nelle associazioni degli esuli.

(Nella foto Elio Varutti blogspot, Giorgio Conighi, Nino Host Venturi e Giuseppe Sovera)