Craxi divide anche da morto. Sala vuol dedicargli una strada, Pd permettendo

Nessuna nazione è costretta al pari dell’Italia a fare i conti con il passato che non passa. Fateci caso: solo da noi il calendario è trappola della memoria, baratro nel quale precipitano ciclicamente sentimenti e risentimenti, rancori e passioni, gli “abbasso” e gli “evviva”. Non è casuale. Anzi, è il frutto della nostra storia tormentata e di una memoria collettiva più volte violentata allo scopo di eliminare un presunto “vecchio” per un preteso “nuovo” in un trapasso infinito di regimi, più che di governi, ognuno dei quali si è insediato con la damnatio di quello precedente. È il trionfo della fazione sulla nazione. Per questo non festeggiamo più il IV Novembre, ma il 25 Aprile. Ma è anche per questo che se altri s’inventano il futuro, noi manipoliamo il passato. Prendete Bettino Craxi: oggi è il 17esimo anniversario della sua morte. Morte avvenuta ad Hammamet, in Tunisia, dove Craxi ha vissuto gli ultimi anni della sua vita: da latitante, secondo i suoi nemici; da volontario esule a giudizio di chi ne condivise la scelta di sottrarsi al carcere cui era stato condannato dai processi di Tangentopoli. Per i primi era e resta un manigoldo mentre per i secondi è stato tra i migliori statisti del dopoguerra. Un fatto è certo: la figura di Craxi divide più da morto che da vivo e il suo nome è ancor oggi una faglia in grado di produrre scosse violente in una sinistra, quella di matrice Pci-Pds-Ds, che i conti con quella storia e quella stagione non li ancora fatti fino in fondo e forse mai li farà. Si capisce allora la cautela, ma potremmo definirla anche timidezza, con cui il sindaco di Milano Giuseppe Sala, del Pd, abbia rispolverato l’idea di intitolare a Craxi una via o una piazza della città: «È un argomento che ha suscitato tante polemiche. Io sono favorevole a riaprire il dibattito, senza dare un giudizio, che è ancora complesso», si è affrettato a precisare ben sapendo che la questione è ancora spinosa. Ma Sala ha ragione: l’importante è parlarne. E sarebbe auspicabile se la sua iniziativa, ancorché – lo ripetiamo – timida, riuscisse a contagiare soprattutto uomini di cultura e intellettuali che partendo proprio da Craxi ritrovino la voglia e l’onestà intellettuale per consentire anche agli italiani di riappropriarsi della loro storia. Tutta intera.