CasaPound, difesero due famiglie dallo sgombero: si apre il processo

Difesero due famiglie italiane dallo sgombero, per questo ora sono chiamati a difendersi in tribunale dall’accusa di resistenza aggravata. Si è aperto a Roma il processo contro quattro ragazzi di CasaPound Italia che, a settembre, in via del Colosseo, diedero vita a un presidio contro uno sgombero che colpiva una famiglia di quattro persone, con un bambino disabile, e una donna malata. Tra loro c’è anche il vicepresidente del movimento, Simone Di Stefano

Lo sgombero di via del Colosseo

I ragazzi di CasaPound chiedevano che per le due famiglie, inquiline del Comune da decenni, venisse trovata una soluzione politica, anche alla luce del fatto che da tempo avevano chiesto la regolarizzazione della propria situazione. La risposta del Campidoglio fu l’invio di un imponente spiegamento di forze dell’ordine, degenerato in una sorta di deportazione delle due famiglie, con tanto di padre del bimbo disabile atterrato come un criminale mentre era al telefono davanti il portone di casa. A distanza di tanti mesi l’amministrazione non ha ancora trovato una soluzione per le due famiglie, che restano in emergenza abitativa.

Verso un processo rapido

In compenso si è aperto il processo, che – stando alle prime impressioni – le autorità vogliono il più rapido possibile. La volontà di fare presto, del resto, sarebbe la conferma di un trend: ultimamente si è registrata una certa propensione della Procura a chiedere per i ragazzi di CasaPound processi immediati. «È stata una udienza interlocutoria, che però ha dato alcune indicazioni importanti in ordine ai tempi», ha spiegato l’avvocato della difesa Domenico Di Tullio. In totale, tra accusa e difesa, era stata presentata una lista di 50 testimoni. Ne sono stati accettati una quindicina. Una circostanza che dovrebbe accelerare il procedimento, «che sarà comunque completo», precisa Di Tullio, spiegando di considerare il numero dei testimoni «sufficiente».

I filmati e il racconto dei vigili

Sulle testimonianze e, forse ancora di più, sui numerosi filmati girati in quella convulsa giornata si giocherà larga parte del processo. A rendere «aggravata» l’accusa di resistenza c’è il fatto che tre vigili riportarono contusioni. Due di loro si sono costituiti parte civile. Il comunicato ufficiale della polizia di Roma Capitale sosteneva che «nello stabile erano presenti numerose persone che hanno ostacolato l’intervento degli agenti dapprima dalle finestre, gettando in strada masserizie e suppellettili e lanciando verso gli operanti farina, olio, uova, conserve di pomodori e altri materiali». Nei filmati, ampiamente circolati sui social, però si vedevano agenti affacciati alle finestre e intenti, loro, nel lancio di oggetti in strada. 

Resistenza o legittima protesta?

Sull’acquisizione dei filmati una decisione dovrebbe arrivare durante la prossima udienza, fissata per il 20 febbraio, quando è previsto anche l’esame dei testi del Pm. Si tratterà di un passaggio importante, soprattutto per valutare se davvero da parte dei ragazzi di CasaPound vi sia stata resistenza a pubblico ufficiale, come sostiene l’accusa, o se, piuttosto, non si siano trovati coinvolti in una situazione di caos e tafferugli scoppiati loro malgrado, mentre portavano avanti una legittima forma di protesta contro quello che appare come un atto di forza da parte dell’amministrazione

Quella pratica rimasta lettera morta in Comune

Anche di questo si parlerà nel processo, che, se otterrà la giusta copertura mediatica, rischia di diventare l’ennesimo boomerang nei confronti della giunta Raggi e del suo concetto di legalità. Durante questa prima udienza, infatti, la difesa ha già prodotto una serie di documenti che testimoniano come le famiglie siano state vittime di una schizofrenia amministrativa. Da queste carte emerge che le famiglie non solo pagavano l’indennità di occupazione, ma avevano ricevuto dall’amministrazione una proposta di affitto che avevano accettato ormai più di un anno e mezzo fa. In Comune, però, nessuno si è mai premurato di portate a termine quella pratica. Un vuoto amministrativo che ha messo per strada le due famiglie di via del Colosseo e non solo: situazioni simili coinvolgono centinaia di inquilini a Roma, che negli anni e nonostante le numerose richieste non sono mai riusciti a vedersi riconosciuto il loro diritto a un alloggio popolare. Famiglie che ora si vedono bollare come «abusive» dall’amministrazione a Cinquestelle.

Il commento di Simone Di Stefano

«Ci accusano – commenta Simone Di Stefano – di resistenza aggravata. E di cosa si deve accusare una amministrazione che sfratta una famiglia con un bambino disabile e una donna malata dalle case in cui hanno abitato per trent’anni? Chiedevamo un confronto politico per trovare una soluzione per queste famiglie, invece dal Campidoglio hanno ritenuto di mandare la polizia e di risolvere offrendo alla famiglia alloggi separati e alla signora Laura un posto in un camping, dove tra l’altro non c’era neanche spazio perché quel posto era occupato. Poi si è saputo chi ci viveva lì: uno straniero arrestato ed espulso per terrorismo. Di cosa stiamo parlando? La nostra era una legittima protesta contro un atto arbitrario dell’amministrazione».