Botte da orbi al parlamento turco sulla riforma che amplia i poteri di Erdogan

E’ stata una vera e propria rissa senza esclusione di colpi quella a cui si è assistito nel parlamento turco nel corso della notte, mentre si votavano alcuni articoli della proposta di riforma costituzionale presentata dalla maggioranza, che prevede la sostituzione del sistema parlamentare con quello presidenziale. Decine di deputati del partito al governo, l’islamico Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan, e del primo partito di opposizione, il laico Chp, si sono scambiati pugni e calci, affollandosi intorno al podio. La rissa è esplosa quando i deputati del Chp hanno accusato i colleghi dell’Akp di non votare secondo le procedure previste per il voto segreto. Alcuni parlamentari dell’Akp hanno quindi cercato di strappare a un collega del Chp il telefono cellulare con cui filmava le presunte irregolarità procedurali. Nonostante la rissa, l’aula, che ha lavorato fino all’alba, ha approvato tre articoli della riforma. Il dibattito continuerà questo pomeriggio.

Le opposizioni: Erdogan vuole fare una dittatura

Le opposizioni accusano Erdogan di voler aumentare a dismisura i suoi poteri, rendendo di fatto il suo governo una dittatura. Erdogan e il governo invece sostengono che la riforma darebbe maggiore stabilità al Paese. Ci saranno elezioni anticipate in Turchia se il progetto di riforma costituzionale che introduce il presidenzialismo non sarà approvato dal parlamento, che lo discute in questi giorni. Lo ha detto Mustafa Sentop, deputato del partito di maggioranza Akp, a capo della commissione Affari costituzionali. “Se la proposta non passa all’Assemblea generale – ha detto, citato dal quotidiano Yeni Safak – anche se nessuno lo vuole, la Turchia dovrà organizzare le elezioni”. Nella notte, durante il dibattito sulla riforma, la rissa è stata proprio tra i deputati dell’Akp e quelli del partito di opposizione Chp. Con l’appoggio dei nazionalisti dell’Mhp, l’Akp ha più dei 330 voti necessari per approvare la riforma, ma non arriva a 367, quelli che sarebbero necessari per non sottoporla a referendum.