E i talebani scrissero a Trump: «Andatevene dal nostro Paese»

Tra i disastri combinati dall’amministrazione dem americana c’è la carta dell’Afghanistan, dove sono impegnati migliaia di soldati Usa. Oggi una lunga “lettera aperta” al presidente Usa Donald Trump è stata diffusa dai Talebani dell’Afghanistan, che insistono sulla richiesta di ritiro delle forze
della coalizione “passati 15 anni” dall’avvio delle operazioni americane nel 2001 all’epoca dell’Amministrazione di George W. Bush. “È la guerra più lunga della vostra storia”, incalzano i Talebani, che chiedono la “fine di questo conflitto” poiché “nel Paese, a livello regionale e internazionale c’è la consapevolezza che la guerra in Afghanistan non è nell’interesse di nessuno”. “Riteniamo sia vostra responsabilità liberare il nostro Paese dalle fiamme della guerra”, affermano i Talebani che chiedono a Trump di “controllare questa guerra di occupazione avviata dal vostro Esercito”. “Se le forze americane insisteranno nel continuare l’occupazione del nostro Paese – si legge nella “lettera aperta” pubblicata sul sito web del cosiddetto “Emirato Islamico
dell’Afghanistan” – ovviamente la guerra sarà una necessità e allo stesso modo un diritto legittimo. Ma forse questa guerra inutile non è per voi una necessità. In questo caso è responsabilità dei funzionari americani, che hanno iniziato il conflitto, porre fine a questa tragedia”. Nel documento firmato dal portavoce Zabihullah Mujahid, vengono evidenziati sei punti descritti come “realtà e fatti concreti” che “vanno accettati” come una “medicina cattiva che si prende nel timore di veder peggiorare le proprie condizioni”.

I talebani chiedono di ritirarsi dal Paese invaso

Cosa farà Donald Trump? L’Afghanistan è il Paese dove Barack Obama ha lasciato circa 8.400 soldati americani (sono più o meno 13.000 in totale le unità della missione Nato) ed è il Paese della guerra di cui Trump (come Hillary Clinton) è sembrato essersi dimenticato durante la combattuta campagna elettorale. Qui gli Usa hanno versato e continuano a versare fiumi di dollari e a piangere caduti (più di 2.300 soldati Usa morti). Ora che Trump si è
insediato alla Casa Bianca, il “pantano” afghano – Un Paese a rischio collasso sul piano politico e della sicurezza – diventa una questione di cui occuparsi. Nel 2012 Trump ha descritto il coinvolgimento degli Stati Uniti in Afghanistan come un “disastro”. Ha anche accennato alla possibilità di un ritiro delle truppe Usa. Ma in un colloquio con il presidente afghano Ashraf Ghani dello scorso 2 dicembre, lo stesso Trump avrebbe assicurato che non ci saranno passi indietro rispetto agli impegni presi con Kabul. Poi però Ghani non è stato invitato alla cerimonia di insediamento. James Mattis, il segretario alla Difesa scelto da Trump, è un ex generale dei Marines ed è stato in prima linea in Afghanistan, come in Iraq.  Anche il consigliere per la Sicurezza nazionale del nuovo presidente Usa, il generale a riposo Michael Flynn, è sulla stessa linea. “Uniremo il mondo civilizzato contro il terrorismo radicale islamico, che cancelleremo completamente dalla faccia della terra”, ha voluto garantire Trump durante il discorso d’investitura venerdì scorso. E un ritiro dall’Afghanistan renderebbe più complicata la battaglia contro l’Isis. Stando a John F. Sopko, ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan, solo il 63% dell’Afghanistan è sotto il controllo del governo afghano. Secondo la Bbc, l’80% della provincia di Helmand è in mano ai Talebani. Non solo, la produzione di oppio ha raggiunto livelli record e la corruzione resta dilagante. L’economia afghana ancora dipende per la maggior parte dagli aiuti esterni, degli Usa e dei Paesi donatori. E le forze di sicurezza afghane, nonostante l’impegno della missione Nato Resolute Support (due anni fa si è passati dal ruolo di combattimento a quello di assistenza alle forze afghane), sembrano lontane dal poter contrastare i Talebani sul piano di battaglia: lo scorso anno sono stati circa 5.000 i caduti tra le forze afghane. I civili continuano a pagare il prezzo più alto del conflitto.