40 anni fa moriva Re Cecconi. Tragedia inspiegabile, figlia di anni bui

Fu una morte tragica quella che interruppe i sogni di gloria di Luciano Re Cecconi freddato 40 anni fa – era il 18 gennaio del 1977 – dal gioielliere Bruno Tabocchini, che asserì di averlo scambiato per un rapinatore. “La morte più assurda che possa capitare a un calciatore, o ne avete altre in testa?”, ha scritto Vincenzo Cerracchio nel suo Controstoria della Lazio (ediz. Historica).
 

L’identità della Lazio

 
Fu davvero uno scherzo finito male? Come spiegare le coincidenze strane la sera della sua morte? La storia dell’inchiesta appartiene ad anni bui della cronaca nazionale ma il ricordo ancora vivo, e non solo nei tifosi laziali, di Luciano Re Cecconi è legato alle sue prodezze in campo, alla sua tempra, alla sua tenacia. La sua immagine non può sbiadire per una squadra, la Lazio, che cementa la sua identità anche nel culto delle memorie. E tra quelle memorie ci sono morti ingiuste, quella di Re Cecconi, di Paparelli e da ultimo di Gabriele Sandri.
 

Il libro di Guy Chiappaventi

 
Al caso Re Cecconi il giornalista Guy Chiappaventi – già autore di un altro libro dedicato alla Lazio dello scudetto del 1974, Pistole e Palloni (Limina) – ha di recente dedicato le pagine di Aveva un volto bianco e tirato (le parole usate da Tabocchini per descrivere l’uomo che aveva appena ucciso). Un libro nel quale ripropone interrogativi che, nonostante la rimozione della tragedia che sempre avviene quando tutto sembra chiaro e trasparente ma non lo è, circolano ormai da decenni. Davvero Re Cecconi disse la frase “questa è una rapina”? davvero Tabocchini non lo riconobbe nonostante fosse un volto così noto a Roma? E perché puntò la pistola prima contro il compagno di squadra Pietro Ghedin che lo accompagnava? Domande destinate a restare senza risposta mentre la crudeltà del destino si abbatté su un giocatore che era estraneo al clima goliardico della Lazio dell’epoca, al punto da meritarsi un soprannome indicativo, “il saggio”. 
 

Verità calpestata?

 
Cinque anni fa un saggio-inchiesta di Maurizio Martucci dedicato ancora a Re Cecconi (Non scherzo. Re Cecconi 1977, la verità calpestata) parlava di “verità calpestata”. «Gigi Martini – spiegava Martucci – ha avuto il coraggio e il merito di sollevare per primo il dubbio, dopo tanti anni di silenzi, dicendo di non credere affatto alla teoria dello scherzo beffardo. Al campo di Tor di Quinto chiamavano Re Cecconi “il saggio”; era uno schivo, introverso, non dava facilmente confidenza, tanto più agli estranei. Figuriamoci se poteva inscenare un pericolosissimo scherzo dentro una gioielleria, senza peraltro conoscere il proprietario, ipotizzando di trovarselo armato. Nel libro ricostruisco minuto dopo minuto la scena del crimine. Faccio emergere tutte le contradditorietà già nel processo, celebrato e chiuso in soli 18 giorni con l’assoluzione del gioielliere». Una fretta che fu figlia anche del contesto violento dell’epoca, quando il sangue scorreva per le strade a causa di terroristi e criminali ed era difficile non schierarsi dalla parte del gioielliere vittima, che aveva già subìto altre rapine al punto da restarne fortemente scosso. La tesi di Martucci è che Re Cecconi non avrebbe inscenato alcuno scherzo ma la sua morte fu frutto di un equivoco che stroncò la vita di un campione di 28 anni nel pieno della sua carriera.
 

La vulgata ostile 

 
Sulla sua morte si giocò anche una partita tutta politica. Nel libro Pistole e palloni Guy Chiappaventi ricorda che a Re Cecconi affibbiarono ben presto l’etichetta di «fascista». La sua colpa? La passione per il paracadutismo, vissuto come una sfida personale, come una prova di coraggio da parte di un personaggio che di politica non ne voleva sapere. Eppure proprio in quegli anni Pasolini, inascoltato, denunciava l’uso puramente nominalistico del termine «fascista», dietro il quale – spiegava – non c’era più alcuna sostanza poiché l’omologazione e la cultura di massa stavano cancellando ogni differenza ideologica. Ma Re Cecconi venne comunque sopraffatto da una vulgata ostile che non riguardò solo la sua persona ma tutta la sua squadra, la Lazio del 1974, un gruppo di «pazzi, selvaggi e sentimentali» su cui si esercitò molta malafede giornalistica. Una vulgata, sottolinea infine Cerracchio, “volutamente sbagliata per colpire una squadra troppo fuori dagli schemi benpensanti”.