11 gennaio 1944: cala il sipario sul dramma del 25 luglio

Sono trascorsi settantatré anni da quell’alba nebbiosa che vide cinque gerarchi fascisti ascoltare, come ultima parola della loro esistenza terrena, quella più terribile: “Fuoco!”. A pronunciarla fu un anonimo ex sergente della milizia fascista, Nicola Furlotti che, assurto al grado di maggiore nel periodo della Repubblica Sociale, si trovò a coordinare il servizio pubblico durante il processo di Verona e poi a comandare il plotone di esecuzione. Si conquistò, in tal modo, un po’ di spazio nella cronaca e nella storia, amplificato dalla pubblicazione di un memoriale che, tra le inevitabili distorsioni presenti in tutti i memoriali, offre una lettura abbastanza realistica di una vicenda che oggi può essere scandagliata senza pregiudizi. Essendo impossibile ripercorre tutte le fasi che culminarono con la fucilazione di Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi, in questo articolo ci proponiamo solo di rispondere a una semplice domanda: “Sotto il profilo meramente giuridico, il processo fu legittimo?”. Fare i conti con la propria storia è sempre opportuno e doveroso, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni.

Tutto ebbe inizio, come sappiamo, il 24 luglio 1943, con la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, composto da ventotto fedelissimi gerarchi, che al Duce dovevano tutto: onori, ricchezze, ribalta nazionale e internazionale. Non si riunivano da quattro anni: quando vi è un uomo solo al comando le riunioni previste dagli organi istituzionali si trasformano in mera formalità e tanto vale, pertanto, ridurle al minimo indispensabile. La gravità delle circostanze, tuttavia, con il paese in macerie e il nemico sbarcato sul patrio suolo già da quattordici giorni, indusse il Duce a convocare il Gran Consiglio su richiesta di Dino Grandi, a sua volta sollecitato dal Re a creare i presupposti affinché fossero restituiti alla Corona tutti i poteri costituzionali. L’ordine del giorno, che prevedeva il ripristino “di tutte le funzioni statali” e l’invito a restituire il comando delle Forze Armate al Re, era stato preventivamente letto e approvato dal Duce, nonostante fosse stato giudicato “inammissibile e spregevole”. La mozione fu approvata con 19 voti a favore, 7 contrari e l’astensione dell’avvocato massone e Presidente del Senato Giacomo Suardo. Roberto Farinacci, che aveva presentato un suo ordine del giorno, uscì dall’aula e non votò. Mussolini, che evidentemente non si aspettava il voto a lui sfavorevole, chiuse la seduta con la famosa frase: “Avete provocato la crisi del regime. Avete ucciso il fascismo. La seduta è tolta”. Erano le 2,40 del 25 luglio e il cuore di tutti i gerarchi batteva forte, dopo le lunghe ore di tensione. Un regime antiparlamentare, antidemocratico e dittatoriale, paradossalmente, era stato abbattuto con una procedura tipicamente democratica: il voto per appello nominale. Nondimeno i gerarchi temevano di essere arrestati da un momento all’altro, dimostrando di essere i primi ad avere consapevolezza dell’eccezionalità dell’evento, memori della lettera che Mussolini scrisse a Farinacci nell’ottobre del 1925, per spiegare proprio le funzioni del Gran Consiglio: “Non si vota sui miei

ordini; li si accetta e li si esegue senza discussione. Il Gran Consiglio non è un piccolo parlamento. Ve lo ripeto: non si voterà mai”. Il Segretario del partito, Carlo Scorza, prospettò proprio l’arresto dei dissenzienti per risolvere la faccenda, ma Mussolini decretò l’impossibilità di tale azione replicando con ironia: “Tra quelli che eventualmente dovrebbero essere arrestati c’è il presidente della Camera (Dino Grandi), il presidente dell’Accademia (Luigi Federzoni), due ambasciatori (Galeazzo Ciano e Dino Alfieri) e qualche ministro (Alfredo De Marsico, Cianetti, Bastianini, Acerbo, Pareschi, Albini). Il Sovrano vedrebbe la sua parentela diminuita di due cugini rinchiusi a Regina Coeli. (Ciano e Grandi erano stati insigniti del Collare dell’Annunziata, massima onorificenza sabauda, che li imparentava con il Re).

Nel pomeriggio dello stesso giorno, quindi, il Duce si recò dal Re nonostante l’ammonimento di Donna Rachele che, proprio come fece Calpurnia con Cesare, cercò di dissuaderlo avendo previsto che l’incontro gli sarebbe stato fatale. Non era una previsione difficile, ma la Storia, maestra di vita, c’insegna che i grandi uomini sono capaci di perdersi proprio sulle cose più semplici: Cesare non guardò la lista dei cospiratori che gli era stata consegnata, perché si sentiva un dio capace di dominare ogni situazione; Napoleone si ostinò a restare in Russia credendo che lo Zar si sarebbe prostrato ai suoi piedi, consegnandoli gioiosamente l’immenso paese, perché si sentiva un Dio al quale tutto era dovuto; Mussolini disse al Re di aver bisogno solo della sua approvazione formale per risolvere, a modo suo, la crisi che era scoppiata la notte precedente, perché non riusciva nemmeno a concepire che l’Italia potesse davvero fare a meno della sua guida. Le vicende che seguirono l’arresto di Mussolini misero in luce, come ampiamente riportato nella corposa opera di De Felice, importanti aspetti della natura umana degli italiani, alcuni dei quali non proprio edificanti. Ma questa è un’altra storia. Dopo la liberazione da parte dei tedeschi, Mussolini fondò la Repubblica Sociale. Al di là della corposa letteratura “romantica”, che pure trova fondamento nella generosa illusione praticata dai tanti che vi aderirono idilliacamente, essa fu solo uno dei tanti protettorati tedeschi. Va detto, altresì, che l’appello ad arruolarsi ebbe successo “anche” per il sussidio assicurato a tanti giovani ridotti alla fame e privi di valide alternative. Mussolini, di fatto, sempre più stanco e sfiduciato, sottostò ai diktat di Hitler da un lato per mitigare la feroce reazione tedesca nei confronti degli italiani e dall’altro per dare corpo al “sogno impossibile” paventato dagli irriducibili visionari come Buffarini Guidi, Farinacci, Pavolini, del tutto “incapaci” di comprendere la realtà, ma capaci di condizionare le scelte di un capo che al sogno voleva credere. Il sogno, però, non aveva alcuna possibilità di materializzarsi se si pensa che la coscienza popolare, dopo il 25 luglio, anelava solo alla fine della guerra. Il distacco dalla realtà, invece generò ancora lutti e sofferenze. Il congresso del Partito Fascista Repubblicano, che si celebrò a Verona dall’11 al 14 novembre del 1943, si trasformò in una “bolgia” (così lo definì lo stesso Mussolini, quando ne ebbe il resoconto stenografico) che mise insieme tutto e il contrario di tutto, lasciando affiorare in

modo inequivocabile solo la rabbia e il desiderio di vendetta nei confronti dei “traditori”.

Potevano essere considerati tali, tuttavia, coloro che avevano esercitato un diritto, approvando a maggioranza un ordine del giorno in un’assemblea presieduta da un capo che quel voto aveva ampiamente legittimato? E’ evidente che mancava ogni presupposto giuridico all’infamante accusa e il processo, pertanto, si giustificava solo sotto il profilo politico, come lo stesso Mussolini precisò al Guardasigilli Pietro Pisenti, che gli manifestava le sue perplessità, rifiutandosi di controfirmare il decreto che stabiliva la composizione del Tribunale speciale: “Voi siete un uomo di legge e vedete solo l’aspetto giuridico di questa questione. Io devo guardarla da un altro punto di vista. La ragion di Stato ha la priorità su ogni altra considerazione. Ormai bisogna andare fino in fondo”. Il dado era tratto. Tutto il resto era pura recita.

Il 18 novembre 1943 la Gazzetta Ufficiale pubblicava il decreto che istituiva i Tribunali straordinari provinciali e il Tribunale straordinario speciale. I primi dovevano giudicare i fascisti che avevano tradito il giuramento di fedeltà all’idea; coloro che, dopo il colpo di Stato del 25 luglio 1943, avevano denigrato il fascismo e le sue istituzioni e coloro che avevano compiuto violenze contro i fascisti, i loro beni e i simboli del fascismo. Il Tribunale speciale, invece, doveva solo giudicare i fascisti che nell’ultima seduta del Gran Consiglio avevano tradito l’idea rivoluzionaria alla quale si erano votati fino al sacrificio del sangue, offrendo al re il pretesto per il colpo di stato. I membri dei tribunali straordinari e i pubblici accusatori dovevano essere scelti tra fascisti di provata fede e di spiccata moralità. Quelli del tribunale speciale “tra coloro che dimostrarono assoluta fedeltà al Duce e all’Idea durante il sorgere e lo sviluppo della rivoluzione, e particolarmente tra coloro che dal 24 luglio 1943 XXI E.F. in poi ebbero a soffrire per la loro incondizionata dedizione alla causa”.

Si vara una legge penale, quindi, con effetto retroattivo, che definire “mostruosità giuridica” è dir poco. Lo stesso tribunale speciale, tra l’altro, risulta sconcertante: viene istituito per giudicare delle persone sulle quali già pesa il maglio della colpevolezza, avendo tradito l’idea rivoluzionaria. Furono in diciannove, come sappiamo, a firmare l’ordine del giorno Grandi, ma solo sei di questi furono arrestati. Gli altri avevano subito compreso che il vento era cambiato e corsero ai ripari scappando all’estero, nascondendosi a Roma, arruolandosi nella Legione Straniera. Arrestare gli “ingenui” fu un gioco da ragazzi: continuavano la vita di tutti i giorni, dedicandosi serenamente alle loro occupazioni. Gottardi, presidente della confederazione dei lavoratori dell’industria, scrisse addirittura a Pavolini per chiedere l’iscrizione al Partito Fascista Repubblicano e Pavolini, stupito di saperlo ancora a Roma, gli mandò a casa i militi con il mandato di cattura.

Carlo Pareschi, ministro dell’agricoltura e foreste, si considera un tecnico. Non capisce nulla di politica e ha firmato l’ordine del giorno distrattamente. Nella seduta voleva solo parlare sulla situazione alimentare del paese e si dichiara infastidito per quelle che considera chiacchiere senza costrutto. Non si aspetta di essere arrestato. Tullio Cianetti, sottosegretario alle Corporazioni, ha ritrattato il voto dopo poche ore con una lettera a Mussolini e pensa che ciò basti a salvarlo. Giovanni Marinelli è amico personale del Duce e si sente un intoccabile. Per di più è sordo e durante la seduta non colse l’importanza degli argomenti. Votò sì senza sapere cosa votasse, ritenendo che si trattasse di un “sì” dato al Duce. Anche Emilio De Bono si considera intoccabile: Maresciallo d’Italia, quasi ottantenne, membro del quadrumvirato che guidò la marcia su Roma, pluridecorato, non può pensare che si potesse muovere un dito contro di lui. Galeazzo Ciano è il genero del Duce e la sua è una storia tutta particolare, impossibile da sintetizzare in poche righe.

Sulle varie fasi del processo esiste un corposa e accurata pubblicistica che ne mette in “luce” tutte le “ombre”.

La storia d’Italia è piena di pagine buie e quella dell’11 gennaio 1944 è solo una delle tante, qui rievocata con mero spirito cronistico e con il cuore sereno, per offrire soprattutto ai più giovani spunti di riflessioni, avendo cura di contestualizzare il tutto per non cadere nella trappola del “giudizio” e del “pregiudizio”. La storia del nostro Paese è quella che è. Conoscerla bene serve a guardare avanti con occhi più maturi e imboccare il sentiero migliore quando, attraversando il bosco, se ne incontreranno due che divergono.