Ecco il povero Renzi che sbircia dietro una tenda. Prima dell’addio al Palazzo

Eccolo, infine, dietro una tenda il povero Renzi. Beccato in quest’istante così umano e privato a sbirciare sulla piazza antistante. Poco prima di salutare gli uscieri e abbandonare poltrona e Palazzo. Poltrona conquistata sull’onda emotiva dell’innovazione e che, due anni dopo, il conato di rifiuto di un Paese intero gli ha sfilato da sotto il sedere. Chissà quali e quanti pensieri, povero Renzi. E chissà che imprecazioni e quante riflessioni. Il futuro, il passato, il partito. E il governo e la rottamazione e Firenze. E i mille giorni, e la Leopolda e i bimbi che cantano per lui. E poi quella Merkel così cocciuta e quell’Hollande sgusciante e inaffidabile. Per non dire dell’amico Barack che ora, anche lui, se ne va. Quanti pensieri devono essere passati nella testa del povero Renzi. Acquattato dietro quella tenda. Una centrifuga. Per la legione di gratificati che ora non chiamano più, per tutti quelli piazzati nei posti chiave che si sono mostrati incapaci e inutili a procurare un risultato positivo. E i nominati, i sostenuti, i subentrati, i surrogati: alcuni pure con la faccia nuova, ma forse con la testa più vecchia dei matusalemme che li avevano preceduti. È lì, dietro la tenda, il povero Renzi. È lì a rimuginare e rovistare nei pensieri. Magari pure a dannarsi. Per aver dato ascolto a Re Giorgio. E per i risultati scadenti di quella Madia e dell’Alfano, della Lorenzin e di Galletti, di Poletti e di tutti gli altri che ha voluto seduti al suo tavolo circolare senza averne mai uno, in cambio, di consiglio. Mai uno giusto, per dire. Dietro quella tenda, il povero Renzi, è solo. Solo con la sua rabbia e con la sua angoscia. Solo. Senza neppure la Maria Elena. E con Agnese che gli intima di sbrigarsi. Lì, dietro una tenda, il povero Renzi.