May gela l’Ue: 50 miliardi di sterline per divorziare? «Non ci penso proprio»

Il governo di Londra guidato da Theresa May non ha intenzione di scucire 50 miliardi di sterline, fra arretrati, compensazioni et similia, come “spese di divorzio” dall’Ue. O almeno non riconosce che questa cifra sia già sul tavolo. La precisazione arriva da Downing Street in risposta al “conto” che – stando ai media britannici – sarebbe stato preparato in sede europea e fra i funzionari del team destinato ad affiancare il capo negoziatore francese di Bruxelles, Michel Barnier.

Londra, May contraria a versare una somma per separarsi dalla Ue

«I negoziati non sono iniziati e quindi questa cifra non esiste», ha detto un portavoce da Londra, all’indomani del Consiglio Europeo in cui la stessa May ha abbozzato una serie di colloqui, ma nel quale il dossier Brexit è rimasto per ora sullo sfondo. «Come hanno sottolineato i miei colleghi di Bruxelles – ha insistito il portavoce di Downing Street, citato dal Guardian online – questa è solo una delle questioni da affrontare. E l’esito delle trattative  qualcosa che riguarda il futuro». Nei giorni scorsi, in realtà, era stato proprio il ministro britannico per la Brexit, David Davis, a non escludere la possibilità del pagamento di “contributi” da parte di Londra, anche dopo la separazione da Bruxelles, per mantenere magari un accesso parziale al mercato comune europeo. Ma sull’ammontare di tali ipotetici versamenti c’era stata poi una frenata, tanto più che si tratterebbe di somme destinate a tagliare non di poco i risparmi per il bilancio dello Stato del regno che gli euroscettici avevano promesso fin dalla campagna referendaria.

Addio all’Europa previsto per marzo

Theresa May, in attesa di superare lo scoglio dei ricorsi legali e di un eventuale dibattito parlamentare interno, ha confermato in ogni caso l’intenzione di notificare l’articolo 50 del trattato di Lisbona, per l’avvio – di fatto irrevocabile – del percorso formale verso la Brexit entro fine marzo. Nel frattempo preferisce puntare semmai sull’offerta anticipata di un accordo sulla tutela anche per il futuro dei diritti acquisiti dei milioni di cittadini di altri Paesi Ue (Italia inclusa) residenti nel Regno Unito e di quelli dei britannici che vivono permanentemente nel continente.