Mafia, con i soldi degli appalti sostenevano la latinza di Messina Denaro

Mafia infiltrata negli appalti a Trapani all’ombra dell’ultraventennale latitante mafioso Matteo Messina Denaro con quote dei soldi che venivano dagli appalti pubblici versate alla famiglia del boss per il sostentamento della latitanza. È il sunto del quadro che emerge dall’operazione anti mafia Ebano portata a termine dai carabinieri di Trapani e del Ros che hanno arrestato l’imprenditore di Castelvetrano Rosario Firenze, 45 anni, (portato in carcere) e il suo faccendiere il geometra Salvatore Sciacca, 43 anni, (ai domiciliari) accusati di associazione mafiosa, fittizia intestazione di beni, turbata libertà degli incanti aggravata dal metodo mafioso e trasferimento fraudolento di beni.

Agli imprenditori Giacomo Calcara, Benedetto Cusumano, Fedele D’Alberti e Filippo Tolomeo, tutti di Castelvetrano, è stata notificata la misura cautelare del divieto di esercizio d’impresa. Ad altre quattro persone è stata notificata un’ informazione di garanzia: si tratta dei due fratelli di Firenze e di due dirigenti del Comune di Castelvetrano. L’operazione anti mafia, che fuoriesce dalla più ampia indagine per la cattura del boss latitante, anticipa di qualche ora la richiesta di condanna all’ergastolo per i mafiosi Salvo Madonia e Vittorio Tutino, in quanto ritenuti responsabili della strage di via D’Amelio il 19 luglio ’92 a Palermo in cui morirono il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i poliziotti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Alla Corte d’assise di Caltanissetta il procuratore Amedeo Bertone nel corso del Borsellino quater, ha sollecitato anche 8 anni e 6 mesi per Vincenzo Scarantino e 14 anni ciascuno per Francesco Andriotta e Calogero Pulci, i tre falsi pentiti accusati di calunnia per le false dichiarazioni rese durante le prime indagini sull’attentato. Il procuratore aggiunto Gabriele Paci, alla fine della requisitoria, ha detto: “Vincenzo Scarantino è attendibile quando parla di avere subito pressioni psicologiche per rendere determinate dichiarazioni sulla strage di via D’Amelio. C’è traccia di abusi, di contatti irrituali e connivenze tra investigatori e indagati per la ricerca di elementi che sostenessero una pista investigativa che all’epoca era plausibile, ma si ignorarono i campanelli di allarme che arrivavano dalle dichiarazioni contraddittorie di Scarantino”. L’imprenditore Firenze, legato a filo doppio, secondo l’accusa, con il boss della mafia  (la procura nissena ha chiesto poche settimane fa il rinvio a giudizio del boss per la strage di Via D’Amelio) nonostante il provvedimento interdittivo emesso dalla Prefettura di Trapani, era riuscito, attraverso la fittizia intestazione delle società ai fratelli, a partecipare alle gare d’appalto per l’assegnazione dei lavori pubblici come quelli per realizzazione la condotta fognaria nella via Maria Montessori, i lavori di manutenzione ordinaria di strade e fognature comunali nel 2014 e i lavori di demolizione di fabbricati fatiscenti nell’ex area autoparco comunale di Piazza Bertani. Firenze, dicono gli inquirenti, è riuscito ”ad aggiudicarsi sub appalti da ditte compiacenti alle quali, grazie alle protezioni di cui godeva nell’ufficio tecnico del Comune di Castelvetrano, essendo appartenente a Cosa Nostra, facendo assegnare numerosi pubblici incanti, e intervenendo in maniera fraudolenta sulla presentazione delle percentuali d’offerta a base d’asta”.