L’avviso di Denis Verdini a Renzi e Gentiloni: sarà lui a staccare la spina

 L’esecutivo che nasce è fragilissimo, ed è quello che voleva il premier uscente. Ancora più fragile dopo l’annuncio ufficializzato ieri da Denis Verdini ed Enrico Zanetti di non partecipare ne all’esecutivo ne alla maggioranza che sostiene il governo. Proprio mentre Gentiloni era dentro lo studio di Mattarella e stava per annunciare la lista di ministri, le agenzie battevano un comunicato congiunto Verdini-Zanetti: «Apprendiamo la seria possibilità che venga varato un governo “fotocopia”, senza alcun approfondimento sulle questioni in campo. Di conseguenza, in coerenza con un’azione che in questi ultimi diciassette mesi ha assicurato al Paese la governabilità e la realizzazione di importanti provvedimenti senza alcuna contropartita, non voteremo la fiducia a un governo che ci pare al momento intenzionato a mantenere uno status quo, che più dignitosamente sarebbe stato comprensibile con un governo Renzi-bis», si legge su “Libero“.

Governo Gentiloni nasce con il niet di Verdini

I più hanno interpretato l’uscita come una ripicca per non avere visto nella lista dei ministri nessun esponente di Ala-Scelta civica, e visto che alla vigilia circolava la possi bilità di una promozione di Zanetti da viceministro a ministro e l’ingresso in squadra di Marcello Pera su richiesta di Verdini, quel rifiuto di votare la fiducia è sembrato una sorta di vendetta. Ma l’interpretazione non ci azzecca, e farebbe Verdini assai più banale di quanto non sia. Anche all’epoca da coordinatore di Forza Italia non ha mai fatto pazzie per avere un ministro suo nell’esecutivo: non è mai stato quello ilmodo con cui pensa di gestire il potere. La presa di distanza del fondatore di Ala ha quindi un altro significato, assai più politico. Non può essere avvenuta in disaccordo con Renzi. Anzi.

Renzi ha fatto fuori Verdini?

E da un messaggio ancora più chiaro sulla fragilità del governo Gentiloni, mettendo in cassaforte quella fedeltà all’attuale segretario Pd al riparo di ogni tentazione di continuare la legislatura oltre l’inizio della primavera, quando si dovrà staccare la spina (al massimo nell’aprile 2017). L’avviso di garanzia di Verdini è esattamente quel messaggio politico: sarà lui a staccare la spina in accordo con Renzi al nuovo governo che è nato ieri al Quirinale. Senza Ala il nuovo governo potrà ricevere la fiducia oggi in Senato? Sì. Ma per il rotto della cuffia. Ci saranno i 113 senatori Pd, ma con la minoranza sempre in dubbio. Sulla carta 29 senatori di Alfano. Ma 4 di loro non hanno già votato l’ultima fiducia: Fabiola Anitori (exgrillina, oggi corteggiata da Raffaele Fitto), Giuseppe Esposito, Roberto Pormigoni e Maurizio Sacconi. C’è poi il gruppo per le Autonomie: sono in 19, ma 4 di loro non hanno votato l’ultima fiducia. Così ci sono 153 voti. Dal gruppo misto ne possono arrivare 7. Per partire possono essera anche 4 voti su 5 dei senatori a vita (difficile che dica sì Mario Monti). La fiducia così c’è. Ma appesa solo a un filo. Perché devono votare anche tutti i mèmbri del governo. E nel giorno per giorno sarà difficile farlo.