L’Analisi – Gentiloni, la vendetta di Renzi per punire il popolo sovrano

Il governo Gentiloni è tutto ciò che è stato scritto. È un governo “copia e incolla” di quello precedente ? Non c’è bisogno di spiegarlo, basta sovrapporre caselle ministeriali e foto degli occupanti. È un governo debole ? Certo, come prova la figura del nuovo premier del quale – giusto omaggio alla persona – viene sottolineata la mitezza, la buona educazione, il garbo. Che sono qualità, nei tempi che corrono. Anche, come è stato benevolmente rilevato, per svelenire il clima ammorbato della campagna referendaria la cui maggiore responsabilità va ricondotta all’ex capo del governo. Ma – questo è il punto – il nuovo primo ministro non ha alcuna indipendenza politica e autonomia di decisione. E lo ha rivelato un fatto visibile a tutti: non un solo ministro della sua squadra è stato scelto da lui. Nessuno, neppure uno.

I ministri scelti da Renzi, non da Gentiloni

Il  nuovo premier umiliato dal predecessore. Gentiloni ha dovuto prendersi tutti o quasi i ministri uscenti di Matteo Renzi e i pochissimi innesti e spostamenti (imbarazzante il caso Fedeli, irragionevole Alfano alla Farnesina, arrogante la nomina di Lotti, inopportuna quella della Finocchiaro, indecente la promozione della Boschi) sono stati decisi dal suo predecessore.  Così facendo, Gentiloni si è qualificato come un presidente del Consiglio sotto tutela, sprovvisto delle attribuzioni e delle facoltà di un vero premier, per avere rinunciato – o meglio, per essere stato costretto a rinunciare – alla prima delle sue prerogative che è quella di scegliere i componenti del governo, come prevede l’articolo 92 della Costituzione. Li ha, invece, scelti Renzi, uno a uno. Per conferire “premi fedeltà”, per controllare l’esecutivo, per preparare la nuova scalata al partito e alla premiership. E ha passato i nomi a Gentiloni. Va bene: tutti i presidenti incaricati tengono conto degli equilibri tra e nelle forze politiche prima di varare la propria compagine. Ma non c’è mai stata una dipendenza così stretta di un premier rispetto al suo predecessore. Non accadde a Dini con Berlusconi nel centrodestra. Anzi. Ancor meno nel centrosinistra tra Prodi e i successori D’Alema e Amato. Ora, è inelegante dirlo, ma è vero: Gentiloni rischia di essere molto peggio di un avatar di Renzi; si presenta come un mix tra il passacarte e la controfigura. Cambierà ? Lo scopriremo. Ma la sensazione è che sia stato preferito da Renzi perché il più adatto a svolgere questo ruolo, non molto dignitoso. In tutta sincerità: ancor prima del governo fotocopia, ne esce male il nuovo capo del governo. Il quale, a giudicare da questi primi comportamenti, dà l’impressione che uscirà di scena, quando Renzi glielo ordinerà. Anche il suo primo discorso alle Camere per la fiducia è stato scialbo, privo di un orizzonte. Di ordinanza. Tutto teso a rimarcare la continuità col predecessore, a tesserne le lodi.

La Boschi vicepremier di fatto: voi la bocciate ? E io la promuovo

La seconda notazione riguarda Maria Elena Boschi. Nominata sottosegretario alla Presidenza e segretario del Consiglio dei Ministri, è di fatto la vicepremier. Che marcherà da vicino Gentiloni. Lo controllerà a vista. Per conto di Renzi. Del tutto inaspettata, la progressione in carriera della madrina della riforma della Costituzione, bocciata nel referendum del 4 dicembre scorso, ha un significato politico molto chiaro. Al messaggio, duro e forte, di rigetto della “legge Boschi”, che gli italiani gli hanno inviato, “Matteo risponde”: voi bocciate la mia ministra, io la promuovo. Un atto di tracotanza che contraddice le regole essenziali della politica e anche il suo senso profondo. A maggior ragione, se si ricorda che, sia l’ex premier come la ex titolare delle Riforme, avevano annunciato il proprio ritiro dalla vita politica se avessero vinto i No. Che hanno vinto, ma nessuno dei due si è ritirato. Anzi. Renzi si prepara a ricandidarsi quale leader del Pd e candidato premier. E la Boschi diventa il numero due del “nuovo” gabinetto. La terza osservazione: Renzi ha posto il silenziatore al Pd sui risultati del referendum. È abnorme che la direzione del maggiore partito italiano, che si è dato il nomen “democratico”, non ha potuto ancora profferire parola sul No di 19 milioni di italiani. I quali, mica hanno fatto poco: hanno sfiduciato il presidente del Consiglio – che è anche capo del suo partito – costringendolo a dimettersi.

I demoni di Matteo: insofferenza e voglia di rivincita

Nessuna relazione da parte del segretario, nessuna analisi, nessun confronto interno, nessun dibattito. Minoranza pd? Timida. Balbetta. Zero. Incredibile. Perché ?
“Oh, amici miei! – esclamava a volte ispirato – non potete immaginare che tristezza e che rabbia v’invada tutta l’anima quando un’idea grande che venerate da tempo come una cosa sacra, viene colta al volo da gente inetta, che la trascina fuori, nella strada, la passa ad altra gente scema come lei, e voi a un tratto la ritrovate già sul mercato, irriconoscibile, infangata, presentata in modo bestiale, di sghembo, senza proporzioni e senza armonia, come un balocco in mano a bimbi sciocchi. No!”. Forse non c’è spiegazione “psicologica” migliore di queste parole che il grande Dostoevskij mette in bocca al suo Stepan Trofimovic ne “I demoni”. Matteo Renzi non sopporta alcun dissenso, non tollera la critica, non si arrende all’evidenza che ha commesso un errore, neppure se questo è di proporzioni gigantesche, tale da potere stravolgere la vita civile di una Nazione, qual è il cambio di una Costituzione. E – questo è preoccupante – neppure quando te lo dice il popolo, che tu hai chiamato a pronunciarsi. Ha sbagliato il popolo: questo è il pensiero di Renzi. E a modo suo gliela fa pagare. Non si ritira dalla politica, come aveva minacciato. Non fa autocritica, non analizza le ragioni di una sconfitta che resterà scritta nella storia della politica italiana. Prepara la rivincita. Perché lui ha ragione. E vuole dimostrarlo. Sfidando il popolo che lo ha sfiduciato. Vuole punirlo. Nell’attesa vi mando un sostituto, manda a dire agli italiani. Non avete voluto me, vi dò un premier-conte, al mio posto. Quale peggiore punizione per la plebe ? E vedremo presto se il sovrano siete voi popolo o io. Vedremo.