«Io vorrei morire a Natale…». 20 anni fa l’addio a Marcello Mastroianni

«Io vorrei morire a Natale. Con il grande albero illuminato sulla piazza e la neve che cade lentamente…». Era una battuta che Marcello Mastroianni interpretava nel suo ultimo spettacolo teatrale, ma che divenne realtà. Stava recitando in Le ultime lune, e l’ultima data fu a Napoli. Vent’anni fa se ne andava l’attore italiano più famoso al mondo. Marcello Mastroianni, 160 film, classe 1924, innumerevoli premi artistici, si spense il 19 dicembre 1996 nel suo appartamento di Parigi. Il suo vero cognome era Mastrojanni, ed veniva da Fontana Liri, suggestivo borgo ciociaro. Negli anni Sessanta e Settanta era il simbolo virtuoso della filmografia italiana. Questo perché era uno degli attori preferiti da Federico Fellini, artista che riscosse più apprezzamento all’estero che in patria. E poi per l’accoppiata professionale con Sofia Loren, altro “mostro sacro” della settima musa italiana. Lo si considera attore completo, ed è così, però si è espresso al meglio nei ruoli drammatici.

Mastroianni era di famiglia povera

Figlio di Ottone e Ida Irolle, entrambi orgiinari della vicina Arpino, quando Marcello aveva solo cinque anni si trasferì a Torino e poi, nel 1933 a Roma. La famiglia era molto povera, malgrado il padre fosse un artigiano di valore; sembra che ciò fosse dovuto al fatto che Ottone era antifascista, ma non si può sapere se sia storia o leggenda nata nel dopoguerra. A Roma abitava al quartiere San Giovanni, all’epoca quasi periferia cittadina. Da ragazzo però riesce a ottenere qualche ruolo di comparsa, per aiutare la famiglia (Cinecittà non era poi così lontana), e lavora con Gallone, Blasetti, Camerini, De Sica. Nel 1943 si diplomò perito edile, e poi lavorò alcuni mesi nell’Organizzazione Todt, ossia per la Repubblica Sociale Italiana. Questa circostanza fu nota al grande pubblico solo dopo la morte dell’artista. Questo era – ed è – un problema dell’Italia repubblicana, quando gli italiani dovevano nasconder ele loro idee e le loro scelte per non essere penalizzati sul lavoro o nella carriera. Tantissimi ex Repubblica di Salò ebbero grande successo nel mondo dello spettacolo, e senza rinnegare il loro passato: da Walter Chiari a Giorgio Albertazzi, da Raimondo Vianello a Ugo Tognazzi, da Gorni Kamer a Ernesto Calindri  moltisismi altri. Solo, non ne parlavano, poiché l’intolleranza era – ed è – tale che avrebbe nuociuto loro, Diverso è il discorso per chi invece ha continuato a fare politica, ma dall’altra parte, come Margherita Hack, Dario Fo, Marco Ferrei, Giulio Carlo Argan, Pietro Ingrao e moltissimi altri anche in questo caso, anzi molti più. Molto lo hanno spiegato, come Margherita Hack: a vent’anni la vita di vede diversamente, in seguito si possono fare scelte diverse e contrarie. Rispettabilissimo. Nel caso di Mastroianni poi la cosa fu ancora diversa: chi si offriva volontario per lavorare per l’Organizzazione Todt non veniva richiamato alle armi nella Rsi. La Todt, guidata dal ministro degli Armamenti tedesco Albert Speer, si occuoava di grandi infrastrutture nelle zone dell’Europa occupata. In Italia costruì la linea Gustav e la linea Gotica, tanto per fare due esempi.Inoltr ei lavoratori voontari erano pagati, contrariamente a quelli coatti. Mastroianni in precedenza aveva lavorato da militare a Dobbiaco all’Istituto geografico militare della Rsi.

Mastroianni e i funerali di Berlinguer

Dopo la guerra non fu perseguitato dagli antifascisti, come accadde a molti altri, e iniziò la sua vera carriera di attore: il debutto fu nel 1948 in I miserabili di Riccardo Freda, ma faceva solo una breve apparizione nei panni di un rivoluzionario non meglio identificato. Sempre nel 1948, lavora in piccole parti teatrali, dove viene notato da Luchino Visconti che lo fa recitare in Rosalinda o come vi piace di Shakespeare e in Un tram chiamato desiderio di Williams, entrambe all’Eliseo di Roma. Successivamente lavora in molte pellicole neorealiste, commedie e drammatiche, con Emmer, Visconti, Blasetti, Lizzani, ma la vera svolta avviene nel 1958 con I soliti ignoti di Monicelli, in cui intepreta la parte di Tiberio Braschi. La vera fama, soprattuto internazionale, arriva poco dopo, con Fellini, che lo vuole in La dolce vita (1960) e 8 1\2 (1963). Da allora la sua carriera è in ascesa, favorita anche dalle sue imprese da latin lover, che riempiono le cronache dei giornali dell’epoca. Per tre volte fu candidato all’Oscar come miglior attore, ma non lo vinse mai: Divorzio all’italiana, Una giornata particolare e Oci ciornie, tre film che hanno fatto la storia del cinema italiano, e soprattutto grazie a Mastroianni. Nel 1990, dopo moltissimi riconoscimenti, gli venne conferito il Leone d’oro alla carriera. Negli anni successivi interpreta commedie musicali, film grotteschi, drammatici, sentimentali, sociali, persino in lingua inglese, dove dimostrò di avere un’ottima dizione. Nel 1972 di trasferisce a Parigi, dove ebbe l’occasione di lavorare con i francesi,pur continuando a interpretare pellicole in Italia. Nel 1978 compare in tv, nello sceneggiato (come si chiamavano allora) di Elio Petri, Le mani sporche, tratto da Sartre. Gli anni Ottanta sono nel segno di Fellini, che lo rivuole in La città delle donne, Ginger & Fred e Intervista.

 Si diceva delle scelte: nel 1984, a giugno, partecipò commosso al picchetto d’onore per i funerali di Enrico Berlinguer, insieme a Fellini, Scola, Rosi, Antonioni, Maselli, Pontecorvo i Taviani, Carla Gravina e Monica Vitti. Non era comunista Mastroianni, ma del segretario del Pci ammirava lo stile, il rigore la semplicità, l’onestà. Tutte qualità incontestabili, tanto che a quella camera ardente andò anche Giorgio Almirante, rispettato e apprezzato dal popolo comunista dolente.