Brescia, aspiranti avvocati costretti a lasciare aperte le porte dei bagni

Più che i clamorosi annunci della politica spesso sono i dettagli evidenziati dalla cronaca a svelare – a volte impietosamente, come nel caso che ci accingiamo a raccontare – lo stato di salute di una società e il suo grado di tenuta morale. È successo che a Brescia il presidente della commissione giudicatrice per l’esame all’abilitazione della professione forense, l’avvocato Giovanni Pigolotti, sia stato costretto a vietare ai candidati di sesso maschile di chiudere le porte dei bagni nel momento dei loro bisogni fisiologici.

La denuncia di un candidato: nei bagni si copia

Una misura a metà tra l’assurdo e il ridicolo che tuttavia la dice lunga sul clima che si respira durante prove come queste che, evidentemente, non pochi ormai considerano come un inutile ostacolo sulla via della carriera da aggirare con ogni mezzo. E se non scatta il salvifico “calcetto”, meglio affidarsi al passaggio di mano in mano di elaborati altrui tanto – sostiene la vulgata – non può essere un esame a condizionare la tua vita. E che tale vulgata faccia proseliti anche a Brescia, città in cui ha studiato il guardasigilli Giuseppe Zanardelli, estensore del primo codice penale dell’Italia unita, è un ulteriore segno dei tempi. Ma torniamo al divieto, che ha imbarazzato lo stesso Pigolotti: «È avvilente per chi dopo 30 anni di professione deve fare questo tipo di controlli, non certo per chi sostiene l’esame». In effetti, ne avrebbe fatto volentieri se non vi fosse stato costretto. Da che cosa è lui stesso a raccontarlo: «Prima di iniziare la prova alcune inservienti hanno trovato dei foglietti con pezzi di dottrina e formulari in miniatura. Il materiale era nascosto nei porta salviette dei bagni. Si è trattata semplicemente di una garanzia di serietà. La decisione non è certo stata presa a scopi punitivi, ma a tutela di chi ha svolto le prove».

L’esempio di Brescia farà scuola?

Tutto è partito dalla denuncia di un candidato. Da esperto uomo di legge Pigolotti ha pensato che se era il bagno il luogo del delitto, l'”assassino” vi avrebbe certamente fatto ritorno. Da qui l’ordine di rendere l’intimità della toilette in uno spazio bem esposto al pubblico al fine di scoragiare qualsia tentazione di «copiatura da parte dei candidati». E le donne? Per loro  delle porte chiuse non vale. In compenso, saranno monitorate da commissari fino all’antibagno. Resta ora solo da chiedersi se l’esempio di Brescia sarà emulato nel resto d’Italia.