E adesso il Pd spinge per Paolo Gentiloni: governicchio fino all’estate

Al primo giorno di consultazioni, Sergio Mattarella mette a verbale nel suo diario della crisi la solita rosa di ipotesi (in attesa di risposte e senza grandi varianti) e un solo punto fermo, che può magari sembrare minimalista ma non è invece secondario. Cioè i tempi di vita di un nuovo governo, per il quale sta verificando che è sempre più difficile scommettere su una proiezione oltre i sei, sette mesi. Ecco la provvisoria base di partenza di cui dispone, dopo la resa di Matteo Renzi, nella ricerca di soluzioni avviata ieri con il rito dei colloqui al Quirinale. Da diversi contatti informali ai faccia a faccia con i presidenti di Palazzo Madama, Pietro Grasso, e di Montecitorio, Laura Boldrini, oltre che con l’«emerito» Napolitano, l’idea ormai maturata nello studio del capo dello Stato è che nessuno crede davvero che da questo passaggio possa nascere un governo con un orizzonte esteso fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2018. Un limite cui si starebbe rassegnando anche lo stesso Mattarella (per quanto il Colle non può mai battezzare esecutivi a scadenza, perché sarebbero incostituzionali), dando per scontato che nessun premier che si senta in corsa per qualcosa si intesterebbe in autunno la manovra finanziaria lacrime e sangue da più parti indicata come inevitabile, si legge su “il Corriere della Sera“.

Maggioranza c’è: se Renzi rifiuta il bis, c’é Gentiloni

Basterà, questa prospettiva «breve» e non logorante, a Renzi? Sarà sufficiente a convincerlo a restare a Palazzo Chigi, reincaricato, secondo la principale opzione su cui si concentra il capo dello Stato? È ancora presto per dirlo. Al Quirinale, l’altra sera, si è mostrato con l’aria di uno che vuole sparire per un po’. Forse per metabolizzare la sconfitta o, più probabilmente, per preparare uno strategico rientro in scena quando verrà il momento del voto. Ma è chiaro che la pausa non puòtrascinarsi.

Sarà un governo di scopo, limitato nel tempo

Dovrà insomma dire se intende accettare un mandato-bis, con la limitata missione di armonizzare la legge elettorale di Camera e Senato (cosa fattibile anche in tempi rapidi) e rendere «possibili» le urne come richiesto dal presidente della Repubblica. Oppure indicare un nome diverso (i più gettonati restano Padoan e Gentiloni) per guidare uno stesso governo «di scopo» nella cornice della medesima maggioranza di adesso, e in questo caso — è ovvio — la sua scelta dipende dal calcolo di ciò che più gli conviene per il proprio personale rilancio e dal grado di fiducia che è disposto ad accordare all’uno o all’altro dei suoi candidati.