48 i giornalisti uccisi in guerra: mai così tanti. 14 solo in Siria. 259 detenuti

Numeri record, nel 2016, di giornalisti detenuti o caduti nelle aree di crisi. Su 48 cronisti uccisi nel mondo, 26 sono rimasti vittime di combattimenti in Medio Oriente: il livello più alto mai registrato. Lo stesso vale per il numero dei reporter in carcere, in tutto 259. Il numero è schizzato in conseguenza della repressione dopo il fallito colpo di stato in Turchia, dove sono 81 i cronisti in cella. Al secondo posto si trova la Cina, con 38. Mentre il totale dei giornalisti in esilio dal 2008 è di 456. Il quadro emerge da una relazione del Comitato per la protezione giornalisti (CPJ). Dei 48 reporter uccisi nel 2016 (1.228 il totale dal 1992), il 75% seguiva le guerre, il 38% si occupava di politica e il 19% di corruzione. Per la prima volta da quando il CPJ ha cominciato a tenere le statistiche, oltre la metà sono caduti durante scontri in Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan.  Storicamente circa due terzi dei giornalisti uccisi erano vittime di omicidi per rappresaglia (tendenza sulla base degli archivi del CPJ dal 1992): nel 2016 invece sono stati 18 i morti in queste circostanze. Il numero più basso dal 2002. Un dato che tuttavia può nascondere “l’autocensura” vista l’impunità radicata in alcuni Paesi come Somalia, Pakistan e Russia.

I giornalisti detenuti sono di più dopo il golpe turco

Per il quinto anno consecutivo, il conflitto siriano si è rivelato il più letale per i reporter, con almeno 14 morti. Lo stesso numero del 2015, facendo così lievitare ad almeno 107 il totale dei caduti da inizio conflitto. Tra le vittime si ricorda Osama Jumaa, 20 anni, fotografo e giornalista video dell’agenzia fotografica internazionale Images Live. Anche l’Iraq, per il quarto anno consecutivo, si trova ai vertici della tragica classifica dei tre Paesi col maggior numero di giornalisti morti, con sei caduti. E nel 2016 se ne sono contati sei anche in Yemen, facendo innalzare l’asticella rispetto al passato, in proporzione con l’intensificarsi dei combattimenti. Dal 2014 sono stati 12 i caduti, tra questi Almigdad Mojalli, freelance, collaboratore di Voice of America, dell’agenzia umanitaria di notizie Irin, The Telegraph e altri, morto senza soccorsi, a seguito delle ferite riportate durante un attacco aereo. Quattro si registrano inoltre in Afghanistan. I giornalisti che coprono i conflitti però non rischiano solo di morire durante i combattimenti, ma anche di essere rapiti e assassinati dai miliziani dell’Isis e altri gruppi terroristici. Lo Stato islamico è responsabile della sparizione di almeno 11 dal 2013. Si pensa siano morti, ma non figurano tra i dati del CPJ, perché non si hanno conferme sulla loro sorte.