È vivo ed è in galera da 48 anni Sirhan Sirhan, l’assassino di Bob Kennedy

Quel 5 giugno 1968 è stampato nella memoria di molti di noi, quando un arabo uccise a colpi di pistola all’Hotel Ambassador di Los Angeles il senatore dem Bobby Kennedy dopo un comizio: il più giovane dei tre fratelli Kennedy era in corsa per la nomination democratica, che era sicura, e altrettanto sicuramente sarebbe diventato presidente. L’impressione in tutto il mondo fu enorme: innanzitutto perché era il fratello minore di John, il presidente che era stato assassinato nella stessa maniera a Dallas cinque anni prima; e poi perché appena due mesi prima era stato assassinato a Memphis, sempre a colpi di arma da fuoco, Martin Luther King, l’apostolo dei diritti civili. In tutti e tre i casi si parlò di complotto, di assassinio politico, di poteri forti, di servizi segreti, e chiarezza sui tre omicidi in realtà non è mai stata fatta. Ma la cosa che oggi, all’indomani di una nuova serrata campagna per la Casa Bianca, desta una grande impressione, è lo scoprire che mentre gli assassini di John Kennedy e di Martin Luther King sono morti da anni, quello di Bobby Kennedy è ancora vivo, 72enne (nacque a Gerusalemme nel 1944), e fin qui nulla si sorprendente, ma che ancora è in galera, senza mai essere uscito un giorno dal 5 giugno 1968. 48 anni tra quattro mura. A noi italiani, abituati alla gestione che conosciamo della giustizia, la cosa appare enorme: qui da noi difficilmente si arriva oltre il quarto di secolo di reclusione. Negli Stati Uniti, invece, sicuramente c’è la certezza della pena. Però 48 anni senza nemmeno una licenza-premio, è dura.

48 anni di solitudine per Sirhan Sirhan

Ricordiamo nelle convulse immagini televisive le fasi concitate dell’assassinio, avvenute nell’anniversario della guerra dei Sei Giorni: questo ragazzo arabo – poi si scoprirà che era un cittadino giordano di origine palestinese – che esce dalle cucine dell’albergo e nella hall spara a Bob Kennedy almeno otto colpi di pistola calibro 22 in mezzo alla confusione generale. Solo tre colpi raggiungeranno il senatore, e uno gli forerà un lembo della giacca. Ci vorranno tre persone, tra cui il campione olimpico di decathlon Rafer Johnson (medaglia d’Oro a Roma 1960), amico di Kennedy, per sopraffarlo e disarmarlo. Ricordiamo ancora tutti l’espressione confusa, smarrita, di questo ragazzo scuro e riccio stretto tra un nugolo di poliziotti e di agenti federali. Vero è che gli fu comminata la pena capitale, poi commutata in ergastolo. Vero è anche che tutti hanno detto che sembrava disturbato, ubriaco, drogato. E ultimamente è stato detto anche ipnotizzato. Ma 48 anni dentro è dura. Anche perché ogni cinque anni c’è l’udienza presso la commissione della libertà vigilata a cui il condannato deve presentarsi. Lo ricordiamo bene nel film Le ali della libertà, in cui Morgan Freeman nei panni di un ergastolano si presenta più volte davanti a questa commissione. Sirhan Sirhan ci si è presentato ben 15 volte, da quando fu arrestato, l’ultima delle quali nel febbraio scorso, e il verdetto è stato il solito di sempre: domanda respinta, perché non si ravvisano segni di pentimento. La prossima sarà nel febbraio del 2021. Fino ad allora rimarrà nella sua cella singola al Richard J. Donovan Correctional di San Diego. Ma perché Sirhan Sirhan uccise Bob Kennedy? Si disse – e lo disse lui stesso appena arrestato – che era per l’appoggio che Bob Kennedy stava dando a Israele contro i palestinesi: Sirhan proprio non poteva sopportare che gli Usa avrebbero mandato a Israele 50 jet da combattimento Phantom se Bob fosse stato eletto presidente. A detta del tribunale e degli inquirenti, l’ossessione di Sirhan contro Bobby aumentava ogni giorno di più, da anni. Sirhan era emigrato negli States all’età di 12 anni, vivendo prima a New York e poi in California con la famiglia. Aveva 24 anni quando decise di ucciderlo. Ora, quasi mezzo secolo dopo, possiamo ragionevolmente considerare che Sirhan in realtà odiava, magari inconsciamente, quell’uomo bianco, ricco, bello, circondato da donne stupende, che aveva avuto una vita totalmente diversa da lui. E senza una ragione comprensibile, se non quella di un destino cinico e cieco. Il Vicino Oriente c’entrava fino a un certo punto. E i complotti meno ancora.