Uccide il figlio disabile: «Una mano tesa avrebbe salvato quell’uomo»

«Forse una parola gentile, una mano tesa avrebbero salvato quei disgraziati dalla disperazione nera». È quanto osserva il direttore della Sala stampa del Sacro convento di Assisi, padre Enzo Fortunato, che dalla tragedia avvenuta in provincia di Novara, dove un padre ha ucciso il figlio disabile tentando poi il suicidio, prende spunto per una riflessione sulla solitudine, «un terremoto – dice – che non fa rumore».

Solo con il figlio disabile, qui è nato il dramma

«È quello della solitudine di chi ogni giorno è costretto dalla vita, dagli eventi, dalla nostra indifferenza a fare i conti con la disperazione», afferma padre Fortunato, sottolineando che «tra le lettere che giungono alla nostra redazione, le cronache dei quotidiani, le immagini televisive ci ritroviamo a non accorgerci di coloro che ci stanno accanto. È il caso – osserva – di quel padre della provincia di Novara, che rimasto solo con il figlio disabile, dopo la morte della moglie, lo ha ucciso tentando poi il suicidio. Gesti estremi che raccontano quanto profonda può essere la solitudine di una persona, anche se adulta. Ecco perché – prosegue, in una nota – oggi voglio dire a me stesso e a tanti di noi “apriamo gli occhi”. Cerchiamo di avere gli occhi di Francesco d’Assisi capaci di scendere dalle proprie posizioni per incrociare lo sguardo del lebbroso e vivere nuovi gesti che ti danno e danno vita».