Trump: faremo il muro al confine con il Messico, ma una parte sarà recinzione

Via libera al muro degli Stati Uniti al confine con il Messico. Donald Trump ha confermato in un’ intervista alla Cbs che intende realizzare il progetto controverso che ha infiammato la campagna elettorale,  precisando che una parte potrebbe essere muro e una parte una “recinzione“, in accordo con quanto proposto dai repubblicani al Congresso americano. Il neo inquilino della Casa Bianca  ha ribadito, quindi, che al confine con il Messico (la linea che divide i due Paesi da Oceano ad Oceano lunga circa 3000 chilometri che lambisce quattro stati Usa e sei messicani) intende costruire una barriera anti-migranti, ma che alcune parti non saranno un vero e proprio muro  ma una recinzione.

Trump: farò il muro al confine con il Messico

“Per alcune zone – ha detto Trump ospite di 60 Minutes di Cbs -accetterei la recinzione. Ma in altre aree, un muro è più appropriato. Sono molto bravo in questo, vale a dire nelle costruzioni, ci possono essere alcune recinzioni…”. Durante la campagna elettorale, il candidato repubblicano alla successione di Obama aveva molte volte promesso la costruzione del muro alla frontiera, da far pagare al Messico, per ostacolare l’immigrazione. Nella stessa intervista, incurante della quinta giornata di proteste contro la sua elezione, Trump ha confermato la volontà di espellere con tutti i mezzi gli immigrati. “Espellerò tre milioni di immigrati clandestini”, ha detto. Poi ha precisato che l’espulsione riguarda gli immigrati senza documenti. Quanto agli altri irregolari, ha sostenuto che una decisione verrà presa dopo aver reso sicura la frontiera al confine con il Messico. “Ciò che faremo è prendere i criminali, persone che hanno precedenti penali, che fanno parte di bande, trafficanti di droga. Sicuramente due milioni di persone, forse tre: noi le espelleremo dal Paese, o le metteremo in carcere”. La dichiarazione di Trump era attesa visto che  due giorni fa il suo team aveva ammonito Obama a non fare passi rilevanti in politica estera durante la transizione perché avrebbe potuto “mandare segnali contrastanti”.