Tira più il riporto di Trump che lo “star system” di tutta Hollywood

Ma diciamola tutta senza infingimenti, retropensieri e riserve mentali: la strabiliante vittoria di Donald Trump è anche figlia del rifiuto popolare di parole d’ordine e pseudoconcetti utili solo a riempire le tasche di intellettualoidi, attori e similpornostar alla Madonna e non certo la pancia della povera gente. Mi riferisco a questioni come i matrimoni gay, i cambiamenti climatici, l’ossessione della parità tra uomo e donna, il multiculturalismo ad ogni costo, il mondo senza confini e altre menate del genere. Pilastri di cartapesta a sostegno di un mondo irreale che l’ideologia politically correct, cui è ormai incatenata la sinistra globalista, si sforza di spacciare come il migliore dei mondi possibile o l’unico che valga davvero la pena di abitare. Per fortuna non sempre con successo, come insegna la lezione americana. Si è detto e scritto che Hillary Clinton abbia perso perché caratterialmente fredda, perché politicamente compromessa con l’alta finanza o perché circonfusa di fama di donna calcolatrice e arrivista, capace persino di passare sulle corna regalatele dal marito Bill pur di non intaccarne la carriera. Magari sarà tutto vero, ma la sostanza è un’altra e dice che la Clinton ha perso soprattutto perché ha confuso i desideri delle elite progressiste con i bisogni reali della gente comune. Qualche esempio? Solo perché donna, ha reputato elettoralmente conveniente inchiodare Trump ad un presunto machismo, tanto insopportabile ai suoi occhi quanto insignificante o persino accattivante per milioni di americani. Oppure l’insistenza con cui ha tentato di impiccare il rivale alle sue acrobazie fiscali ignorando che nel Paese dove chi non paga le tasse va in galera, difendersi legalmente dalla voracità del fisco è persino un dovere. Ma l’abbaglio più grave è stato quello di mettersi in continuità con Obama nell’ideologica convinzione che al primo presidente afroamericano dovesse naturalmente succedere il primo presidente-donna. Errore: Obama fu eletto per archiviare l’èra di George W. Bush e per spegnere i tanti focolai di terrorismo islamista spuntati dopo la guerra contro Saddam Huseein. Ma poi il suo nome si è legato ad una controversa riforma sanitaria che la stragrande maggioranza degli americani ora vorrebbe venisse cancellata. Di più: Obama si é anche speso per magnificare gli effetti della globalizzazione – lo ha fatto di recente anche in un’intervista a Repubblica – ma parole come le sue erano destinate a colpire come un pugno gli operai di Detroit senza lavoro e con la fabbrica delocalizzata in Messico. Dicono i soloni della sinistra senza radici che i populisti vincono sulla paura. E allora? Dovremmo forse cancellarla con decreto dall’animo umano o è forse più etico spacciare illusioni? La verità è che questa gente preferisce specchiarsi più nelle star di Hollywood che nelle persone in carne ossa, più negli gnomi di Wall Street che negli ambulanti dei mercatini dell’usato. E quando poi la realtà arriva sotto forma di Brexit o sotto il riporto biondo di Donald Trump vorrebbe cambiare canale. Ma questo non è un film, bellezza, questa è la storia.