Tarchi, la voce della fogna che scosse il Msi: «Ecco perché fui mandato via…»

La destra che ti infilzava con le parole e col sorriso sulle labbra era lui, Marco Tarchi, spirito irriverente e anticonformista che dal 1974 diede alla luce trentuno memorabili numeri della rivista satirica “La Voce della fogna”, roba così innovativa e avanti sui tempi da spianare la strada perfino ad analoghe iniziative che a sinistra assunsero poi un’aurea leggendaria, come “Il Male” e “Cuore“. Dalla “fogna” Marco Tarchi colpiva con la sua satira un po’ ovunque, a sinistra, in primis, ma anche in quella destra un po’ troppo rigida per i suoi gusti che alla fine preferì espellerlo dal Msi, in cui aveva militato come dirigente del Fronte della Gioventù e nel quale aveva sostenuto la dottrina della cosiddetta “Nuova destra”. Oggi il professor Tarchi è un affermato politologo, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze dove attualmente insegna Scienza Politica, Comunicazione politica e Teoria politica. Ma lo spirito da “non allineato” è lo stesso di sempre, perfino nei confronti dei new media e della schiavitù tecnologica.
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Professor Tarchi, una curiosità: il suo rifiuto del telefono è una presa di posizione politica, tipo quando i comunisti demonizzavano la tv a colori, o  è frutto del suo proverbiale spirito anticonformista?

«Più banalmente: esprime un desiderio di libertà da incursioni non gradite della mia dimensione privata e il rifiuto delle conseguenze negative dell’iperconnessione – molte e pesanti – che constato ogni giorni attorno a me».

È vero che ha saputo della mostra sui 70 anni del Msi, in corso a Roma, dai suoi stessi studenti? 

«La prima notizia mi è giunta da una persona conosciuta nell’ambiente missino, poi me ne ha fatto cenno uno dei mei studenti durante una cena di fine corso, ma la cosa è finita lì».

Cosa pensa di una mostra che rievoca 70 anni di storia missina, che anche lei ha contribuito a scrivere?

«Non avendo ancora avuto modo di leggerne il catalogo, non posso avanzare giudizi, ma l’idea in sé mi pare opportuna. Oggi più che mai, occorre impedire la cancellazione di pagine significativa della memoria storico-politica di un paese. Se non la pensassi così, del resto, non avrei dedicato quattro libri (Esuli in patria, Cinquant’anni di nostalgia, Dal Msi ad An, La rivoluzione impossibile) e molti articoli alla rievocazione di varie fasi della vicenda a cui la mostra è dedicata. Spero anzi che il materiale raccolto per allestirla, e quello che eventualmente la Fondazione Alleanza Nazionale vorrà e potrà reperire in futuro, possa servire a colmare le lacune della documentazione che gli studiosi hanno sin qui potuto comportare. La dispersione degli archivi del Msi, quale che ne sia stata la causa, è stata un danno notevole per chi si prefigge una conoscenza scientifica di quel partito».

Cosa ha rappresentato il Msi nella storia della democrazia italiana e in che modo l’ha segnata?

«Ne è stato un capitolo minore ma significativo, perché, come disse Almirante sessant’anni fa – guadagnandosi molte citazioni postume – ha traghettato molti fascisti non disposti a rinnegare le proprie idee nella democrazia. In quello che il mio collega Piero Ignazi ha definito “il lungo viaggio nelle istituzioni”, parecchi di loro hanno rivisto, adattato o messo da parte talune delle convinzioni e delle aspirazioni iniziali, ma hanno mantenuto vivo per alcuni decenni un modello politico ideale alternativo a quello che si era affermato nel 1945. Non voglio discutere se sia stato un bene o un male; o meglio, credo che sia stato l’uno e l’altro, perché quella persistenza ha avuto, su decine (e forse centinaia) di migliaia di giovani un duplice effetto: da un lato ne ha forgiato una mentalità restia al conformismo, dall’altro li ha proiettati in una dimensione più immaginaria che reale, con qualche rischio di alienazione da quella concretezza tattica e strategica che avrebbe potuto dare frutti migliori e più duraturi».

Chi erano i giovani come lei che sfidarono gli anni di piombo negli anni Settanta?

«Non credo se ne possa dare un profilo unitario e omogeneo. C’erano molte sfumature nelle ragioni che hanno portato in quegli anni dalla “parte sbagliata” – (che per me, sia chiaro, non era tale. La mia evoluzione non ha mai avuto niente a che fare con l’abiura; è stata ed è la conseguenza di una non sempre facile riflessione autocritica, non di un comodo opportunismo) – quei ragazzi e quelle, poche ma ancor più coraggiose, ragazze. C’era chi stava nella Giovane Italia, nel Fuan o poi nel Fronte della gioventù essenzialmente per anticomunismo, spesso viscerale; chi credeva che le idee fasciste fossero ancora attualizzabili, depurandole delle “scorie” – su cui era difficile trovare pareri concordi – e chi, più che a modelli storici o a nostalgie, faceva riferimento a quel magma ideale magari confuso ma sicuramente suggestivo che veniva dalle letture degli autori del “romanticismo fascista” francese, del tradizionalismo integrale di Evola, dei testi lasciati dai capi dei movimenti che si amava chiamare nazional-rivoluzionari sparsi nell’Europa fra le due guerre mondiali. Ad unire, va detto, era pressoché solo la percezione di dover combattere un nemico comune e di dover reagire a un clima psicologico e fisico di isolamento e repressione asfissiante».

Riviste come “La voce della fogna” e tutti i fenomeni culturali, non solo editoriali, che provenivano da destra, restavano patrimonio di un mondo comunque marginalizzato o impattavano in qualche modo sulle dinamiche sociali e politiche?

«Con tutta la simpatia che si prova verso tutto ciò che ha segnato le pagine più vive della propria gioventù, non me la sento di dire che quelle esperienze abbiano lasciato un segno significativo “sulle dinamiche sociali e politiche” italiane del tempo, anche se soprattutto “La voce della fogna”, per i suoi aspetti così lontani dallo stereotipo del neofascismo coltivato dagli avversari, attirò curiosità e attenzioni al di fuori dell’area missina. Quelle iniziative contribuirono però a una lenta ma sostanziale evoluzione antropologica di un microcosmo che stava condannandosi alla paralisi psicologica e politica a causa della sindrome del ghetto a cui lo si voleva costringere. Purtroppo, ciò che ne era germogliato venne calpestato e reciso da una classe dirigente di partito miope e timorosa di tutto ciò che poteva turbare la routine che consentiva il congelamento di una preziosa nicchia elettorale. Guardare al di là delle mura in cui ci si era lasciati rinchiudere era considerato troppo pericoloso».

Lei fu espulso: ci ricorda cosa aveva scritto esattamente in quell’articolo e quale passaggio infastidì i vertici?

«Non mi consideri pignolo, ma prima chiariamo il contesto della vicenda. Io, nel febbraio – mi pare! – 1981, venni “dichiarato decaduto dall’iscrizione in virtù dei poteri straordinari concessi al Segretario nazionale” – cioè Almirante – e non espulso: perché se lo fossi stato, in quanto componente del Comitato centrale e della Direzione nazionale, avrei potuto appellarmi alla Commissione centrale di disciplina, dove sedevano molti che mi stimavano. Con quella formula barocca, non essendo più iscritto… non potevo appellarmi! La cosa è ridicola, ma funzionò. Fatto sta che il motivo del provvedimento non riguardava alcun articolo scritto da me, ma una pagina de “La voce della fogna” – di cui ero di fatto l’animatore, ma non il direttore responsabile – intitolata Peggio del “Male”, in cui, rifacendo il verso ad un settimanale satirico di sinistra allora molto di moda – “il Male”, appunto – Stenio Solinas e Umberto Croppi avevano anonimamente ironizzato su alcuni personaggi missini costruendo una sorta di falsa prima pagina del “Secolo d’Italia”. Qualcuno dei dileggiati – Pisanò e Tremaglia in primis – si infuriò e prese la cosa a pretesto per mettermi fuori gioco. Ma era da molto tempo che io ero in rotta di collisione con la corrente almirantiana, che me l’aveva giurata, e da due anni avevo rinunciato quasi completamente all’attivismo di partito, limitandosi a quello per la corrente rautiana e all’animazione di attività metapolitiche di quella che già veniva chiamata Nuova Destra».

Le sue teorie sulla Nuova destra hanno ancora qualche legame di attualità in un mondo di destra che s’è disperso in mille rivoli?

«No. Perché, ad onta dell’etichetta che gli venne attribuita, prima in Francia e poi in Italia, dai commentatori giornalistici, quel movimento di idee contestò fin dall’inizio – gli ultimi anni Settanta – l’attualità della contrapposizione sinistra-destra e cercò di avviare, sia pur con risultati inferiori a ciò che si sperava, un dialogo con non-conformisti di diversa od opposta formazione – fra i tanti, Massimo Cacciari e Alexander Langer – nella speranza di veder sorgere, per un impegno comune, una corrente politico-culturale capace di nuove sintesi, collocate al di là di quel vecchio spartiacque. Quel progetto convinse ed attrasse solo una parte di coloro che si erano appassionati a “La voce della fogna” (che nel 1977 era arrivata a vendere, senza approdare in libreria o in edicola, ben 4.500 copie) o alle proposte culturali lanciate nel primo e nel terzo Campo Hobbit, perché il “richiamo della foresta” del partito e delle nostalgie in molti ebbe la meglio sul ragionamento e sullo spirito di avventura. La Nuova destra non riuscì ad avere più di 800 militanti e circa 2.000 simpatizzanti-lettori-frequentatori di conferenze e tavole rotonde. Senza mezzi economici, ciò non bastò a far operare lo sperato salto di qualità e a conquistare spazi massmediali significativi (anche se il convegno del novembre 1982 con Cacciari su “Sinistra e Nuova Destra” ottenne quasi cento articoli di commento sulla stampa quotidiana e periodica). A quel punto, le strade con la destra missina si divisero sempre più marcatamente e una propaganda con aspetti diffamatori – condita con il divieto di diffondere le pubblicazioni neodestre nelle sedi – animata dai vertici e dai quadri intermedi del Msi spinse non solo alla diffidenza, ma all’aperta disistima reciproca. Anche se alcuni gruppi ed esponenti giovanili missini apprezzavano talune analisi della ND e volevano utilizzarle, dai loro tentativi scaturirono solo zibaldoni pasticciati e il dialogo non si riannodò più. Nel frattempo, la ex Nuova Destra, di fatto lontana da quell’area geografico-politica, ha continuato a produrre libri e rivista, ignorata da Alleanza nazionale e dai suoi giovani, che poco e nulla sanno delle idee che la caratterizzano. Temo che oggi, nello sbandamento totale di quell’ambiente, sia quasi impossibile riannodare i fili quantomeno di un confronto a distanza. Chi volesse farlo ha comunque a disposizione due riviste, una che esce da quarant’anni – “Diorama” – e una che ne ha appena compiuti trenta e sta per riprendere le pubblicazioni. “Trasgressioni”, fra l’altro l’unica rivista che da oltre quindici anni si occupa sistematicamente di studi scientifici sul populismo.

Appunto: lei si è spesso occupato di populismo, dandone un giudizio meno severo di tanti altri suoi colleghi politologi. Quello missino era un popolo populista o solo molto assorbito da valori primordiali, stato, patria, Dio e famiglia?

«Come ho sostenuto ancora di recente nel mio libro Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo (il Mulino), non è corretto assimilare il Msi al populismo. In quel partito circolavano alcune tematiche affini alla mentalità populista, a cominciare dall’avversione verso la politica di professione e la partitocrazia, ma erano sopraffatte e marginalizzate da argomentazioni – come quelle sul primato dello Stato, sull’impostazione gerarchica dei rapporti sociali, sul binomio “legge e ordine” – che con il populismo autentico niente hanno a che fare».