La post-verità? Non l’ha inventata Trump, ma l’Europa dei Lumi

La parola dell’anno, secondo l’Oxford Dictionary, è post-verità (post-truth) e sta ad indicare un clima e un atteggiamento che danno lo stesso valore a un fatto vero e a un’opinione. Una scelta dettata dall’era Trump. Nella sua accezione negativa, il linguaggio della post-verità è attribuito in politica ai populisti, nella sua accezione positiva è il portato, assolutamente democratico, dei dibattiti in rete dove chiunque apra un account o un profilo fb si autopromuove al rango di opinionista. In ogni caso un fenomeno con cui fare i conti.

Alcuni opinionisti hanno fatto notare, e non senza ragione, che demonizzare la post-verità per dare addosso ai leader populisti è un boomerang: infatti il valore delle emozioni, delle suggestioni, delle mozioni degli affetti in politica è innegabile e difficilmente cancellabile. Inoltre la cultura occidentale è immersa nel paradigma del logos, del verbo, del ragionamento, della parola che manipola la realtà anche senza puntare alla verità. Un dibattito vecchio quanto la storia della filosofia.

Inoltre i difetti della post-verità non sono inferiori a quelli del credo ideologico, in virtù del quale le verità venivano sbandierate in modo assertivo e fideistico senza prendersi cura non solo dei fatti ma anche della loro dimostrazione. Che l’era post-ideologica conosca dunque una sorta di verità “liquida”, adattabile alle circostanze e anche allo show più seguito del momento, è in fondo la naturale conseguenza della scomparsa di ogni forma di dottrina e ortodossia nel campo del pensiero politico.

Tra l’altro il fenomeno non è neanche così nuovo come si vorrebbe. Christian Salmon nel suo libro “La politica nell’era dello storytelling” (di cui Repubblica oggi pubblica un estratto) racconta lo scontro tra il giornalista Ron Suskind e un consigliere di George W.Bush, il quale nel 2004 lo apostrofò così: “Voi credete che le soluzioni emergano dalla vostra giudiziosa analisi della realtà osservabile. Non è più così che funziona realmente il mondo. Noi siamo un impero adesso e quando agiamo creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate questa realtà noi agiamo di nuovo e creiamo altre realtà nuove. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, non resta altro che studiare quello che noi facciamo”.

Ma perché i movimenti antisistema si trovano più a loro agio nel contesto artificiale e artificioso della post-verità? Secondo Pierluigi Battista perché si fondano sulla cultura del complotto, sulla negazione delle verità ufficiali e sulla convinzione, non dimostrata, che vi sia una “cupola” che nasconde la verità per propagandarne un’altra del tutto contraffatta e utile al potere. Un’analisi che coglie nel segno ma che riguarda i populismi solo perché essi sono gli ultimi in ordine di tempo a battersi contro l’establishment. In realtà gridare al complotto, inventare di sana pianta una narrazione demonizzante sulla classe dirigente, diffondere l’idea che i governanti sono in raltà i peggiori traditori del loro paese fu uno dei procedimenti attraverso cui le “società di pensiero” dell’epoca illuminista prepararono il terreno alla Rivoluzione francese. Un’operazione di gigantesca disinformazione studiata dal sociologo reazionario Augustin Cochin e raccontata in un libro ormai introvabile, “Meccanica della Rivoluzione” (Rusconi, 1971).

Come si vede, il linguaggio della post-verità ha natali antichi e padrini eccellentissimi (grazie ai quali ancora si attribuisce a Maria Antonietta una frase, quella sulle brioche, che la regina non pronunciò mai). Le sue origini giacobine lo collocano a sinistra ma si tratta di uno strumento trasversale perché, una volta adattato il meccanismo alle società di massa, ciascuno se ne può impadronire e può piegarlo al proprio tornaconto, all’interno dell’eterno duello tra popolo ed élites.