May rassicura Merkel e Juncker: «Rispetteremo i tempi della Brexit»

Theresa May si “aggrappa” al telefono per rassicurare Bruxelles e Berlino sui tempi della Brexit, mentre nel Regno Unito la tensione sale pericolosamente. La premier britannica dopo il giorno dell’umiliazione all’Alta Corte di Londra, che ha affermato la necessità di passare dal Parlamento di Westminster per attivare l’iter di uscita dall’Ue, si è preoccupata prima di tutto di non perdere la faccia coi leader dell’Unione. Ha chiamato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e a breve giro la cancelliera tedesca, Angela Merkel, per dire che il Paese rispetterà le scadenze poiché il suo governo è “sicuro” di vincere l’appello alla Corte Suprema. «Abbiamo forti argomentazioni legali», ha garantito un portavoce di Downing Street.

Brexit, tensioni a Londra

E il concetto è stato ribadito anche dal ministro degli Esteri, Boris Johnson, nel corso di una conferenza stampa a Berlino col collega tedesco, Frank-Walter Steinmeier. «Non penso che il verdetto interferirà con il programma», che prevede l’attivazione dell’articolo 50 entro il marzo 2017. Boris, parlando in tedesco, ha aggiunto che non si deve prestare troppa attenzione alla voci di una “tempesta” in corso nel parlamento di Westminster. Non tira però un bel vento dentro e fuori il palazzo della politica. Oltre alle richieste di elezioni anticipate, che arrivano dall’ala anti-Ue dei Tories e dal leader Ukip, Nigel Farage, ma che sono state prontamente respinte da Downing Street, sono piombate sul governo le dimissioni del deputato conservatore Stephen Phillips, entrato in aperto contrasto con la gestione della Brexit da parte della sua leader e premier May. Pur essendo un euroscettico, è in favore della permanenza britannica nel mercato unico, e anche di recente aveva criticato come «non democratico e incostituzionale» l’approccio scelto dal primo ministro, che di fatto vuole escludere la Camera dei Comuni dai negoziati con Bruxelles.

Contrasti tra Gran Bretagna e Scozia

Se il clima dentro l’assemblea è acceso fuori rischia di diventare incandescente. E a gettare benzina sul fuoco è la stampa di destra e filo-tory, che attacca i giudici dell’Alta Corte: arriva a definirli “nemici del popolo”, usando termini più adatti a un regime totalitario che alla “culla” del parlamentarismo. Il Labour ha chiesto al ministro della Giustizia, Liz Truss, di intervenire contro questi “titoli oltraggiosi”. Ma su internet intanto accade di peggio, con le minacce di morte rivolte a Gina Miller, l’imprenditrice che ha guidato la campagna per il ricorso contro il governo, “colpevole”, secondo molti navigatori anti Ue, di volersi opporre alla maggioranza di cittadini che ha votato per il divorzio da Bruxelles nel referendum del 23 giugno. E non si può dire conciliante neanche il titolo del Sun che tuonava, rivolto proprio a lei: «Chi ti credi di essere?». Un’escalation verbale insomma che rischia di degenerare e di far ricadere il Paese nel clima di tensione in cui a giugno si è consumato l’omicidio di Jo Cox, la deputata Labour assassinata nel suo collegio elettorale a pochi giorni dal voto sulla Brexit. Suo marito Brendan ha scritto poche ma significanti parole su Twitter: «Incitare all’odio ha delle conseguenze». Accanto alle possibili divisioni politiche e sociali, la diatriba legale sull’addio a Bruxelles fa riemergere i contrasti tra Gran Bretagna e Scozia, con quest’ultima che potrebbero arrivare a una sorta di resa dei conti in tribunale. La “first minister” scozzese, Nicola Sturgeon, si dice pronta infatti a schierarsi a fianco della Miller contro l’esecutivo di Londra nell’appello di fronte alla Corte Suprema. Per Sturgeon, il verdetto dell’Alta corte rivela infatti uno stato di «caos e confusione totale» nel governo. Per risolvere tutti questi problemi alla May servirà molto più di qualche telefonata.