La fine dei partiti “cristiani” e la crisi di identità dell’Europa che crede in Dio

Perché — per restare in Italia — sono politicamente scomparsi i cattolici, non si sente più parlare di alcun loro impegno in politica? Credo – scrive Ernesto Galli della Loggia su “Il Corriere della Sera” – che la ragione prima vada cercata nella crisi profonda che l’identità cristiano-cattolica ha conosciuto nel suo rapporto con la storia, con la propria storia. Qui ha fatto sentire il suo effetto una lunga serie di rivisitazioni del passato (dalle Crociate alla conquista delle Americhe, al colonialismo, all’antisemitismo) — negli ultimi decenni di vastissima diffusione mediatica e scolastica fino a diventare un vero e proprio senso comune — volte a mettere sotto accusa l’etnocentrismo sopraffattore, la peculiare distruttività e disumanità che avrebbe caratterizzato il ruolo dell’Occidente euro-americano nei secoli: al proprio interno e ancor di più al proprio esterno.

Il senso di colpa dei cristiani

Tutto ciò ha proiettato un’ombra inquietante sulla dimensione storica della civiltà cristiana, del farsi storico del Cristianesimo, per tanta parte cuore e tratto decisivo della vicenda europea-occidentale. D’altro canto, la lunga serie di richieste di «perdono» indirizzate ai più vari destinatari da Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000 — non riequilibrata dalla rivendicazione di nessuno dei meriti che la civiltà cristiana può del tutto legittimamente rivendicare (penso, per dirne usa sola, all’eguaglianza uomo-donna) — è sembrata, non a torto, convalidare questa visione colpevolizzante del ruolo della presenza cristiana nel mondo. Visione colpevolizzante a cui bisogna dire che l’intellettualità cattolica, ancora più di quella laico-liberale, non ha saputo opporre nulla, pietrificata dal timore di non apparire sufficientemente in armonia con i tempi e forse anche di dispiacere a chi più contava nella gerarchie romane.

 La subalternità dei cristiani alla mondanità

A determinare l’abbandono della scena storico-politica in senso proprio contribuiscono non poco, infine, anche due grandi fenomeni culturali dell’epoca. Il primo di questi è la secolarizzazione. Come non pensare infatti che a suo modo l’abbandono di cui sopra sia per l’appunto l’effetto del comando perentorio rivolto alla religione dallo spirito del tempo perché essa si ritiri dalla sfera pubblica? Da quella sfera pubblica per eccellenza che è la politica? Come non sospettare che così il Cristianesimo non faccia altro alla fine che adeguarsi a ciò che si pretende da lui? Il secondo fenomeno è quello rappresentato dall’ideologia dei cosiddetti diritti umani, oggi fatta entusiasticamente propria dall’intero universo cristiano-cattolico, elevata a direttrice basilare per muoversi nel mondo, ravvisandosi in essa (non del tutto a torto) e nelle relative istituzioni una derivazione evidente della visione cristiana stessa. Sicché quell’universo religioso vi si aggrappa dovunque e comunque, ne fa la propria bandiera, il surrogato virtualmente buono a tutti gli usi e perciò adoperatissimo al fine di coprire l’assenza di un qualche più complesso impegno in politica. Sembrando ignorare, però, che nella versione corrente quella bandiera è in realtà anche l’ambigua bandiera — almeno ai cristiani dovrebbe apparire tale — pure del diritto al libero aborto, o alla scelta del proprio sesso, o alla «genitorialità» per tutti.