La Cassazione: Varani mai pentito, fu il mandante dello sfregio a Lucia Annibali

Per la CassazioneLuca Varani, ex-fidanzato di Lucia Annibali, sfregiata con l’acido, non meritava nessuno sconto di pena. Lo scrivono nelle motivazioni della sentenza i giudici che a maggio scorso avevano confermato la sua condanna a 20 anni.
«I gravissimi danni fisici, morali e psicologici, lo sfregio permanente del viso e la deformazione dei lineamenti del volto». La stessa scelta di usare l’acido come arma per fare più male. E, poi, il «regime di vita, l’assunzione di stupefacenti, la condotta processuale e l’assenza di pentimento».  Non c’è nessun dubbio che Varani fosse «il mandante» dell’attacco con l’acido all’avvocatessa.

Un gesto, quell’aggressione con l’acido, compiuto dai due albanesi Altistin Precetaj e Rubin Talaban nel 2013. Ma non c’è dubbio che il mandante sia stato Varani. Come non vi è dubbio, secondo la Suprema Corte, che Luca Varani avesse agito con premeditazione, con «crescente invasione della vita privata» di Lucia. Fino a maturare l’intento punitivo. Fino all’irruzione a casa dell’ex-fidanzata per manomettere la sua cucina. Fino all’idea di procurarsi dell’acido per farle cancellare il volto.
Ma Luca Varani ci è riuscito solo in parte. Ora Lucia Annibali ha un viso diverso e una nuova vita. Proprio ieri è stata trasmessa la prima tv del film sulla vicenda dell’avvocatessa di Pesaro. L’hanno seguita oltre 4 milioni e 700 mila spettatori.

La prima sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della condanna a Luca Varani, evidenzia come «le sentenze di merito indicano tutti gli elementi che in una progressione evolutiva delle investigazioni hanno indotto a ritenere provato con certezza il ruolo dell’imputato nella sua qualità di mandante».

La pena è salita fino a 20 anni per la mancata concessione delle attenuanti generiche, per l’aumento per la continuazione e la premeditazione.
Gli elementi di prova «sono molteplici», dalle dichiarazioni che Lucia Annibali, che «nell’immediato, esternò il suo sospetto», a quelle dei soggetti ascoltati, ai «riscontri oggettivi offerti dalle investigazioni che hanno permesso di rilevare tracce di acido sia sulla persona di Luca Varani sia sulla sua vettura».

Tutte tasselli che vanno nella stessa direzione della «confessione» che l’uomo aveva fatto al suo compagno di cella, allo scopo di prendere contatto coi due albanesi per concordare una versione. I giudici di merito, hanno ricostruito «ampiamente il fatto, collegandolo alla relazione sentimentale» tra Varani e Lucia conclusa nell’ottobre 2012, qualche mese prima dell’attacco.

La Cassazione, sottolinea come nel processo si è ampiamente dimostrato il reato di atti persecutorio: si è dato conto «della continua presenza del Varani nello stabile della Annibali, delle incursioni presso la struttura sportiva frequentata dalla ragazza e dello stato d’animo che comportamenti siffatti avevano ingenerato nella vita» di Lucia.

Varani era arrivato, come ricostruito in sentenza, ad iscriversi nella piscina frequentata dalla donna, dando un nome falso, Marco Guerra, e un numero di cellulare inesistente al solo scopo di tenerla sotto «controllo» ed entrare negli spogliatoi femminili dove teneva le sue cose. Si era poi evidentemente impossessato delle sue chiavi, delle quali Lucia aveva copia in macchina, ma non aveva più trovato.

«Non possiamo che essere soddisfatti – dice l’avvocato Francesco Coli, legale di Lucia Annibali -. Si chiude definitivamente questo capitolo. D’altra parte, non avevamo dubbi fin dall’inizio che la verità sarebbe emersa, e è emersa in tutti e tre i gradi di giudizio. Va benissimo».