La Cassazione: non è reato se gli imam indottrinano al martirio islamico

Una decisione destinata a far discutere. Non è configurabile il reato di terrorismo internazionale di matrice islamica a carico di imam o dei loro seguaci impegnati in attività di indottrinamento e proselitismo «finalizzata a indurre una generica disponibilità ad unirsi ai combattenti per la causa islamica e ad immolarsi per la stessa», se la “formazione teorica” degli aspiranti kamikaze non è affiancata anche con «l’addestramento al martirio di adepti da inviare nei luoghi di combattimento». Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi e relative all’assoluzione – emessa lo scorso 14 luglio – dei quattro jihadisti della moschea di Andria.

Niente terrorismo a carico di imam che indottrinano

Secondo i supremi giudici, l’indottrinamento degli imam «può costituire senza dubbio una precondizione, quale base ideologica, per la costituzione di un’associazione effettivamente funzionale al compimento di atti terroristici, ma non integra gli estremi perchè tale risultato possa dirsi conseguito». Chi si dedica “solo” al proselitismo jihadista, spiega il verdetto della Cassazione, non rischia condanna ma – «al più» – misure di prevenzione come l’espulsione. Gli imputati furono arrestati dal Ros dei Carabinieri di Bari nell’aprile 2013. A febbraio 2015 era arrivata la sentenza di condanna: il gup aveva inflitto cinque anni e due mesi al presunto capo della cellula terroristica, l’imam tunisino della moschea di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassem, accusato anche di istigazione all’odio razziale (arrestato in Belgio nell’aprile 2013). Condanne a tre anni e quattro mesi di reclusione ai presunti componenti dell’associazione, coloro cioè che, secondo l’accusa, «cooperavano nell’attività di proselitismo, di finanziamento, di procacciamento di documenti falsi, tenevano i contatti con altri membri dell’organizzazione, disponibili al trasferimento in zone di guerra per compiervi attività di terrorismo».