J’accuse Europa: i responsabili del disastro del Vecchio Continente

Vi sono momenti, nella vita di ogni uomo, che impongono uno stop. Non si tratta di arrendersi all’evidenza dei fatti, tra l’altro nefasti e terribili, ma di fermarsi quel tanto che basta per prendere atto della realtà e gestirla in modo più congruo di quanto non sia possibile perpetuando, caparbiamente, la marcia lungo i sentieri ritenuti più meritevoli di essere percorsi. Sentieri attualmente resi impraticabili da troppi inutili ostacoli. Sono tempi duri per gli europeisti convinti, perché l’Europa è sotto attacco da più fronti.

J’accuse lobby e chi è vinto dalla viltà

A cosa serve insistere sul “sogno europeista”, quando la realtà, quotidianamente, ci offre uno sconcertante spaccato di terribili divisioni? Paura di un’invasione incontrollata. Paura dei troppi delinquenti che rubano, stuprano, molestano e rendono la vita impossibile a milioni di persone. Rabbia generata dall’assenza della politica e dalla netta percezione che si tiri a campare, con chiacchiere senza costrutto, per non assumersi difficili responsabilità. I politici guadagnano bene, non hanno i problemi dei cittadini comuni e cercano solo di tutelare il proprio status più a lungo possibile, con comportamenti sostanzialmente dilatori, protesi solo a “rimettere” il problema nelle mani di chi verrà; pazienza se ingigantito a dismisura. Loro sono quelli che hanno sempre la scialuppa di salvataggio a portata di mano. Gli altri si arrangino. Con questi presupposti, è chiaro, parlare di Europa in termini d’integrazione politica, di “fratellanza”, di unione dei popoli sotto un’unica bandiera, non solo è frustrante per chi ascolta, ma può addirittura apparire patetico. “Che vuole questo? Parla di Stati Uniti d’Europa in un continente dove ciascuno pensa a se stesso a discapito degli altri. Deve essere uno scemo o un visionario. O uno che non si rende conto di cosa stia accadendo”. È questo, più o meno, il pensiero di tante persone, magari verbalmente espresso con altri termini, solo per educazione. Cominciamo a individuare i colpevoli reali del disastro continentale e rivolgiamo loro il “J’accuse” di zoliana memoria.

J’accuse il Parlamento europeo del reato di inerzia, che diventa palese complicità con il “male”, quando presta il fianco alle manifeste azioni strumentali che favoriscono pochi e feriscono molti, fino a ucciderli.

J’accuse la Commissione europea di aver tradito il proprio mandato di tutela degli interessi dell’Unione Europea nella sua interezza, divenendo strumento manovrato dalle lobby.

J’accuse i governi nazionali di “inefficienza operativa”, quando non di palese complicità con le lobby affaristiche delle multinazionali e delle banche, tutelandole a discapito degli inermi cittadini.

J’accuse i potenti d’Europa di non riuscire a trovare una soluzione al grave problema dei flussi migratori e di aver trasformato i migranti in merce lucrosa tollerando le bieche speculazioni sulla loro pelle, da parte di autentici criminali, evidentemente protetti perché di essi complici.

L’accusa più violenta, però, va rivolta agli intellettuali, a coloro che “condividono” il sogno degli Stati Uniti d’Europa e, pur avendo le idee chiare su come si debba agire, tacciono per opportunismo o viltà.

Sarà sempre così? La risposta è difficile, ma non bisogna mai smettere di continuare a sognare gli Stati Uniti d’Europa. “Uniti nella diversità”, come recita l’azzeccatissimo motto dell’attuale Unione Europea, e affratellati da un idem sentire proveniente da una storia millenaria, che ci ha temprati, anche quando eravamo in armi gli uni contro gli altri. Qualcuno, negli anni Settanta, definì l’Europa una vecchia baldracca che aveva puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni. Aveva ragione, anche perché molte di quelle infezioni persistono ancora e si sono addirittura aggravate. L’antidoto, però, esiste e occorre solo trovare la forza di renderlo disponibile, spiegandone bene l’utilità. Un antidoto che si chiama Stati Uniti d’Europa in gradi di consentire, a coloro che ne faranno parte, di sentirsi parte della prima potenza mondiale, finalmente arbitra non solo del proprio destino, ma di quello del mondo. Sembra utopico tutto ciò, lo so bene, ma il destino delle utopie è quello di trasformarsi in realtà. Questa è bene che si avveri prima che sia troppo tardi, anche perché è meraviglioso “sentirsi Europeo e pensare da Europeo”, sentendosi connazionale di oltre cinquecento milioni di persone. Provare per credere.