Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: dopo le parole, i fatti

Celebriamo pure tutte le giornate contro i mali del mondo ma, nel contempo, cerchiamo di comprendere che non è con le celebrazioni che si risolvono i problemi. I dati, spaventosi, sono facilmente reperibili in centinaia di siti web- Solo quest’anno, in Italia, a tutt’oggi sono 116 le donne vittime della follia omicida maschile. L’indignazione contro l’incapacità di molti uomini a vivere un rapporto paritetico e civile con le donne è unanime e, naturalmente, ampiamente condivisibile. Ciò che merita un’analisi più approfondita, invece, è l’approccio al problema, tutto incentrato su due aspetti ritenuti fondamentali: “educare” gli uomini, stimolando la loro emancipazione da una condizione di arretratezza culturale e comportamentale; esortare le donne a denunciare sin dal primo momento le violenze subite. È ben chiaro che, siffatte azioni, qualora ottenessero i risultati insiti nei propositi, risolverebbero alla fonte il problema, relegandolo a una dimensione minimalistica o annullandolo del tutto. Purtroppo le cose non stanno in questo modo – i dati lo dimostrano – e pertanto si rende necessario cambiare registro, se non si vuole correre il rischio di tramutare le azioni proposte in vuota e fallace retorica, consegnando annualmente alla cronaca centinaia di vittime.

La violenza degli uomini sulle donne

La violenza degli uomini nei confronti delle donne non è qualcosa che si potrà sconfiggere in tempi brevi perché attiene a distonie esistenziali di stampo antropologico che sfuggono a ogni possibilità di cura. È un virus per il quale non è stato ancora scoperto l’antidoto. Chi ne fosse colpito, pertanto, e in virtù di esso perpetra un’azione criminale, può solo subire le conseguenze penali. Intanto, però, qualcuno per mano sua ha cessato di vivere. Occorrerà ancora molto tempo prima che il processo evolutivo della specie consentirà di sconfiggere anche questo virus e, al momento, non ci è dato di sapere “quando”; soprattutto non ci è dato di sapere “se”.

L’analisi delle cause

Occorrerebbe molto spazio per una approfondita analisi delle cause che, in un dato momento, mandano in tilt il cervello di molti uomini, facendo perdere loro ogni possibilità di auto-controllo, anche perché bisognerebbe partire da molto lontano, facendo un bel viaggio a ritroso nel tempo. Deve essere chiaro, infatti, che sono due i fattori condizionanti della perdita di controllo: uno di stampo ereditario e l’altro determinato dai condizionamenti ambientali. Tali fattori agiscono quasi sempre in combinata, elevando alla massima potenza la capacità distruttiva e annullando in un colpo solo ogni possibile barriera protettiva. Un radicale e velocissimo cambiamento dei costumi, che ha visto la donna negli ultimi quaranta anni conquistare diritti e libertà negate per millenni, ha esasperato ancor più il problema, in quanto l’evoluzione del maschio non ha marciato con analogo passo. Il gap è destinato ad aumentare sensibilmente perché è ancora lontano il picco massimo, oltre il quale non sarà possibile salire.

È opportuno, pertanto, lavorare precipuamente sulle donne, per inculcare tutti i presupposti di “autotutela” e di difesa. Cosa senz’altro più realizzabile dell’educazione maschile, ma anch’essa molto complessa, in particolare quando la vittima è ingabbiata da un lato in quel meraviglioso sentimento che si chiama “Amore”, che purtroppo a volte si trasforma in una volontaria prigione, e dall’altro nella sua “emancipazione culturale”, che la porta a considerare con leggerezza l’universo maschile, inducendola a rapportarsi a esso utilizzando gli stessi parametri che caratterizzano il proprio agire.

Bisogna partire dall’adolescenza

Cosa si può fare materialmente? Partire dalle adolescenti, con la stessa saggezza che si utilizza per insegnare loro qualsiasi altra cosa serva a difendersi da un possibile male. L’ho già scritto qualche altra volta e lo ribadisco perché l’esempio è emblematico. Una sedicenne riceve una telefonata da un’amica alle 17 del pomeriggio con invito a recarsi in un negozio del centro per degli acquisti. La ragazza, di buona famiglia, ben educata, brillante studentessa, sa che deve comunicare ogni cosa ai genitori e pertanto telefona al papà per dirgli che sta per uscire e sarebbe rincasata per cena. Il padre le augura buona passeggiata e riferisce che sarà a casa entro le 18. La famiglia abita in un appartamento al quinto piano di un palazzo di Napoli ubicato in un parco munito di portiere che vigila su chiunque entri o esca. Una sedicenne, vivaddio, impiegherà un po’ di minuti per prepararsi a una passeggiata pomeridiana e quindi l’ora che separa la sua uscita dal rientro del papà si accorcia sicuramente di molto. Cionondimeno, la ragazza, ubbidiente, rispetta in toto l’insegnamento ricevuto e chiude la porta d’ingresso a doppia mandata, attivando l’antifurto. Diciamo che a quell’ora sarebbe bastato tirare la porta e via. Ma tant’è: gli ordini del papà, ben articolati da convincenti argomenti, si rispettano anche quando il rischio furto è prossimo allo zero. La giovinetta, però, ben educata a tutelare i beni patrimoniali, non ha ricevuto pari formazione nel “tutelare se stessa”, alla pari della sua mica. Passeggiando per Via Toledo le ragazze accettano senza indugio l’invito di due bellimbusti in moto a farsi un giro con loro. Il resto ve lo risparmio. Ricordiamo tutti la ragazza di Roma che, all’Aquila, accettò l’invito di un soldato, in discoteca, e da costui fu brutalmente stuprata e abbandonata nella neve. Lei aveva presupposto che potesse “fare amicizia” in discoteca con un uomo e uscire con lui, da sola, per fare “quattro chiacchiere” e basta. Quante sono, poi, le donne che ritengono di poter dialogare civilmente da sole con gli uomini che lasciano? Tantissime: le troviamo tutte tra le centinaia di vittime uccise dagli uomini abbandonati. Gli esempi, del primo e secondo caso, sono migliaia ed è da essi che occorre partire. In questi giorni sta girando uno spot, concepito per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, in cui si vedono tante bambine che dichiarano ciò che faranno da adulte; l’ultima dichiara mestamente: “Da grande finirò in ospedale, perché mio marito mi picchia”. Sono tanti coloro che si stanno ribellando considerando lo spot offensivo. Non hanno capito nulla: è proprio questa la strada da seguire, tra l’altro migliorandola con un’azione formativa ancora più incisiva e ben strutturata, per incidere anche sulle ragazze più adulte e sulle donne mature. Psicologi, antropologi e pedagoghi sono coloro che devono avere il “primo posto” nella scelta delle strategie formative per insegnare alle donne a tutelare se stesse come tutelano i beni di una casa. Non si può prescindere da loro e nessuno deve pensare di essere depositario di verità assolute. La follia omicida di uomini disperati non si può fermare. Insegnare alle donne a difendersi in modo più oculato, invece, è possibile. Ma non è cosa per tutti e in tanti, prima di criticare certe scelte, dovrebbero farsi un bel bagno di umiltà.