Fidel è morto, i suoi fallimenti restano: i suoi fans italiani si rassegnino

Per il barbuto patriarca caraibico, dopo il lungo autunno, infine, è arrivato l’inverno e il buio. Questa volta non si tratta di un romanzo del sopravalutato Marquéz ma della contradditoria vicenda umana e politica di Fidel Castro Ruz, di professione caudillo, e del presente di Cuba. Castro non c’è più ma il castrismo, come sogno e mito, è morto da tempo, sepolto dai suoi errori, dai suoi fallimenti, dai suoi crimini. Da decenni per i cubani il regime è sinonimo di razionamento — la famigerata libreta —, polizia politica — la seguridad — , burocrazia corrotta e ingorda. In quella che doveva essere “l’isola della libertà” convivono malamente due società: chi può accedere al dollaro americano (per lo più i creoli) e chi si arrangia con il peso cubano (soprattutto i neri).

Castro non c’è più ma i suoi fans italiani ed europei non si rassegnano. Indifferenti ai prigionieri politici, al disastro economico, al turismo sessuale, alle persecuzioni antireligiose, alle tante balle del Lìder maximo, in tanti oggi piangono il “presidente eterno”. Nulla di strano. Per alcuni Cuba è un ricordo della gioventù perduta, quando il miraggio del “socialismo tropicale” riscaldava i cuori. L’Havana, la Conferenza Tricontinentale, il terzomondismo, il mito guerrigliero, Sartre, il rhum erano di gran lunga più attraenti di Mosca, del vecchiacci del Pcus, dei tanks di Praga e delle trabant di Berlino Est. Peccato che il teatrino castrista si sia presto consumato nella strampalata spedizione boliviana del Che — un pasticcione romantico quanto sanguinario —, nelle inutili guerre in Africa, nelle trame del narcotraffico, nelle purghe interne (Ochoa fucilato e Robaina emerginato), nella deriva senile del vecchio Capo.

Per la sinistra un’illusione, l’ennesima. Tra le righe, oggi, qualcuno con fatica lo ammette, salvo rilanciare una volta di più il mito di una Cuba antiimperialista e ribelle, povera ma fiera. L’Havana contro Washington. Davide contro Golia. Una narrazione ideologica che seduce tutt’oggi anche alcuni segmenti destristi. Nulla di nuovo. Già negli anni Sessanta Maurice Bardeche e i ragazzi di Jeune Europe, affascinati da un’estetica rivoluzionaria, guardavano con interesse verso l’esperimento cubano e vi intravedevano potenzialità “nazional-popolari” : in Castro, sotto la patina marxista, alcuni ritrovavano gli appelli di José Martì , Maximo Gomez e Antonio Maceo, ossia il cubanismo, un’idea romantica della patria, del sacrificio, dell’onore e della morte

Una prospettiva non del tutto errata ma incompleta e, in fondo, ingenua. L’ex alunno dei gesuiti fu anche questo, ma anche tanto altro: nella sua lunga vita Castro ha detto tutto e il contrario di tutto. Al di là delle contingenze, delle alleanze e delle ideologie, l’unica cosa che per lui contava era il potere. Assoluto e totale. Dopo il crollo del comunismo, recuperò il nazionalismo delle origini e l’antimericanismo più duro: urla, proclami, canzoni di lotta, mentre l’isola galleggiava sul turismo di bassa qualità, i puttanieri e le tardone europee e le rimesse degli emigrati.

Persino dopo l’intervento chirurgico del 2006, quando ha dovuto lasciare la presidenza al grigio fratello Raùl, Fidel non ha mollato lo scettro e ha continuato ad impicciarsi in modo catastrofico della gestione di un Paese sempre più povero e isolato. Negli ultimi tempi aveva persino ritrovato una vena messianica e volle riapparire, malato e ieratico, ad annunciare la fine del mondo. Convinto che il mondo senza di lui non avesse più senso.