Dal Senegal al Trentino, la fuga e poi la morte: la speranza finisce a 27 anni

Aveva 27 anni Mamadou. E coltivava caparbiamente la speranza di farcela. A ventisette anni ti stai affacciando alla vita in molti casi. Ma, altrettanto spesso, la vita l’hai già vissuta. E t’ha lasciato segni e cicatrici dolorose e indelebili. Non solo sulla pelle.
Mamadou, nome di fantasia, ché la sua famiglia adottiva vuole proteggerne la memoria dagli oltraggi degli idioti, la sua vita di 27enne senegalese l’ha vissuta fino in fondo, fino al punto in cui molti altri avrebbero mollato da un pezzo. Lui no, lui, caparbio e attaccato alla vita senza sapere che la morte gliela avrebbe presto negata, s’era dato da fare.
Suo padre, combattente ribelle del Mouvement des forces démocratiques de Casamance, per l’indipendenza della regione della Casamance dal Senegal, era considerato nemico del governo. E, per questo, la madre di Mamadou aveva cercato di proteggere il suo ragazzo crescendolo lontano nella speranza di tenerlo alla larga dalla morte. Con fatica gli aveva fatto persino frequentare un corso di geografia all’Università di Dakar. Ma i ragazzi, si sa, sono testoni. E Mamadou, che amava davvero la vita e voleva scoprirla guardando oltre i suoi confini, s’era lasciatoil Senegal alle spalle e se ne era andato in Libia. Aveva 22 anni Mamadou e, all’epoca, c’era ancora Gheddafi in Libia. Ma scoppiò la guerra. Mamadou, che aveva trovato casa e lavoro prima come panettiere e poi come carpentiere, aveva assaggiato il razzismo sulla sua pelle di 22enne. Un razzismo che non è quello occidentale ma quello radicato e feroce, millenario, che c’è in Africa dove la pelle scura fa la differenza veramente. Era finito in carcere. E ne era uscito grazie a un ufficiale libico, che lo aveva accolto in casa e messo in contatto con gli scafisti. Chissà perché. Forse gli piaceva la caparbietà di quel ragazzo.
Non sapeva nuotare Mamadou ma tentò ugualmente la sorte: quasi 48 ore in balìa del Mediterraneo che sa essere spietato e crudele ben più degli Oceani, certe volte.
Il 4 agosto 2015 una nave della Capitaneria di porto italiana l’aveva raccolto e portato, assieme ai suoi compagni di sventura, sulle coste siciliane.
Quattro giorni più tardi, in autobus, era arrivato in un campo di accoglienza in Trentino. E lì per Mamadou era iniziata una nuova vita. Il Senegal era oramai alle spalle.
Dieci mesi fa, a gennaio, una famiglia locale, una coppia di cinquantenni, con due figli di 22 e 24 anni, l’aveva accolto nella loro casa in un paesino dell’Alta Valsugana, in Trentino.
Avevano aderito al Progetto accoglienza di richiedenti protezione internazionale del Cinformi di Trento, il Centro informativo per l’immigrazione della Provincia autonoma, mentre lui aveva iniziato a imparare l’italiano nei corsi alla “Residenza Brennero” di Trento.
«Lo strapazzavo come fosse mio figlio quando esagerava – racconta la sua mamma adottiva – Il rapporto era molto diretto, alla pari: quando pensavo a ciò che aveva passato non potevo che trattarlo da adulto, da uomo sopravvissuto a cose cui io probabilmente non sarei sopravvissuta. Era una persona con una capacità di adattamento, osservazione e sensibilità eccezionali». Sembrava lontano, infinitamente lontano il conflitto di Casamance e il Senegal. Così come sembrava infinitamente distante quel deserto che Mamadou aveva attraversato a piedi. Quelle umiliazioni subìte in Libia. La paura vissuta nel Mediterraneo. La vita era lì, ora, a portata di mano. A 27 anni si ha ben il diritto di crederci fino in fondo.
Ma, a un certo punto Mamadou, aveva scoperto di avere una malattia, grave. E un’aspettativa di vita di pochi mesi. Non si è perso d’animo il ragazzo scappato dalla guerra, dai conflitti africani, dal razzismo millenario, dal Senegal. Era riuscito a rivedere in Trentino la madre e il fratello minore, dopo sei lunghi anni di lontananza.
Li aveva portati nei luoghi che in pochi mesi gli erano rimasti nel cuore, così come dalle persone che con lui avevano condiviso il viaggio su una delle tante, troppe “carrette del mare” che attraversano il Mediterraneo.
«In casa – raccontano ora i suoi genitori adottivi con gli occhi lucidi – ci manca. Eravamo abituati a rientrare e a sentire la sua voce che ci salutava e ci vengono in mente tanti momenti. Lui che cucina o guarda la tv sul divano con nostro figlio. Lui tanto indipendente da andare solo in treno al consolato del Senegal a Milano per la carta d’identità: era stato via quattro giorni e tornato stanco. Era già malato».
«Se non conosci non sai», ripeteva spesso Mamadou alla sua nuova famiglia.
«Non vogliamo vantarci, solo far sapere, come diceva lui. Far conoscere – spiegano – cosa voglia dire integrazione al di là dei pregiudizi. Ci è sempre piaciuto confrontarci e accogliere persone in famiglia. Nemmeno vogliamo diventare un bersaglio, visti i commenti sui social dopo la sua morte».
In queste ore il corpo di Mamadou sta tornando in Senegal in aereo. Sarà consegnato alla famiglia per la sepoltura. A quella mamma che lo aveva protetto e che sognava per lui una vita serena, lontana dai conflitti. Quella che vita che Mamadou, nonostante tutto, nonostante la sua caparbietà, non è riuscito a vivere.